Idee e fatti

 

Il numero 50 del marzo 2008

L’annuncio pasquale è annuncio gioioso della vittoria sulla morte: “Morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello. Il Signore della vita era morto, ma ora, vivo, trionfa”. E non si tratta di una vittoria parziale, provvisoria, ma totale, definitiva e gloriosa.

 Trovano conferma i nostri desideri più ardenti che, con angoscia, vediamo la morte troncare, uno dopo l’altro, i nostri legami d’affetto, vanificare le realizzazioni per cui ci siamo   impegnati, bruciare le nostre speranze. Lo sappiamo  la Pasqua non promette un prolungamento di questa vita con le sue miserie; promette la manifestazione gloriosa in noi di una vita nuova, integra, che possiamo tentare di esprimere solo come “comunione con Dio”.

La Pasqua ci permette di superare la paura del tempo che, col suo scorrere inarrestabile, ci imprigiona e ci uccide. Si pensi alla paura delle malattie, della vecchiaia, della debolezza, della solitudine: paure tutte che nascono dalla paura radicale della morte.

Ebbene, di fronte a tutte queste paure la Pasqua del Signore ci dà speranza: «Per questo non ci scoraggiamo, ma anche se il nuovo uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno» .

Pasqua significa vittoria del bene sul male, della lealtà sull’inganno, dell’obbedienza a Dio sui condizionamenti del mondo. C’è la speranza di un mondo nuovo, come dono della grazia di Dio.

La risurrezione di Cristo è una novità assoluta, che rimane tale attraverso i secoli perché è la presenza di Dio in noi: «Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?» .

Come tradurre questo straordinario messaggio in parole umane? Matteo ci prova nel brano di Vangelo: un gran terremoto, un angelo disceso dal cielo, una pietra rotolata via, l’aspetto folgorante e il vestito luminoso dell’angelo, lo spavento delle guardie. Possiamo tentare di esprimere il significato di ciascun segno: il terremoto esprime l’intervento di Dio; l’angelo è lo strumento della rivelazione divina… Ma forse è meglio cogliere e far nostro lo stupore che tutti questi segni vogliono suscitare.

Soprattutto bisogna mettere tutto questo col centro del brano evangelico. E l’essenziale viene dopo la descrizione, nelle parole dell’angelo che dà l’annuncio della risurrezione: «Non è qui. È risorto»; e affida una missione: «Andate a dire ai suoi discepoli»; poi nell’incontro delle donne col Signore risorto che trasmette loro la gioia: «Salute a voi» (v 9) (in greco il saluto è espresso col termine “chairein”, che significa “gioire”), e rinnova la missione.

E proprio così: al centro deve stare il messaggio straordinario della risurrezione. Chi sente questo messaggio deve anzitutto lasciarsene coinvolgere iniziando a camminare in novità di vita. Ma non basta: ogni testimone del Risorto deve diventare a sua volta messaggero fino a che l’annuncio di gioia non raggiunga il mondo interoBuona Pasqua, allora.  Don Giulio

 

 

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Settimana Santa

Tempo di confessioni

Martedi’ 18 marzo: ore 14.00 confessioni ragazzi elementari e medie

Mercoledì 19 marzo: ore 8.30 santa messa con omelia padre predicatore; ore 9.00-12.00 confessioni; ore 15.00-17.30 confessioni individuali; ore 20.30 confessioni comunitarie adulti

Giovedì 20 marzo: dalle  ore 15.00 fino alle ore 18.30

Venerdì 21 marzo: dalle ore 8.00 fino alle ore 12.00 e dalle 16.00 fino alle 19.00

            Sabato 22 marzo: dalle ore 8.00 alle ore 12.00; alle ore 15.00: confessioni individuali fino alle ore 19.00

 

Triduo Santo

Giovedì   Santo 20 marzo

Tempo a disposizione per le confessioni individuali dalle 15.00 sino le ore 18.30

ore 20.30: solenne santa messa “in coena domini” con lavanda dei piedi

(durante la solenne santa messa non si confessa)

segue adorazione al sepolcro sino le 24.00

Venerdì Santo 21 marzo

ore 8.30: ufficio delle letture – lodi mattutine confessioni individuali dalle ore 8.00 sino le ore 12.00

ore 15.00: solenne actio liturgica con la memoria della passione del signore (durante la funzione non si confessa)

dalle 15.30 alle 19.00 confessioni individuali

ore 20.30: solenne via crucis partenza dalla clinica – via Forlanini,  via  fratelli Calvi,  via Colombo, via don Allegrini, via Mapelli, via Moroni, chiesa parrocchiale.

Sabato santo 22 marzo

ore 8.30 ufficio delle letture – lodi mattutine

confessioni individuali sino  dalle ore 8.00 alle ore 12.00

ore 15.00: confessioni individuali sino le ore 19.00

ore 20.30 : solenne santa messa con l’annuncio di pasqua

 (durante la funzione non si confessa)

Domenica di Pasqua 22 marzo

Sante messe ore 8.00 9.30 11.00 e 17.30

 

In Calendario

Sabato 29 Marzo 

Inizio corso fidanzati

Domenica 30 Marzo 

Ritiro ragazzi e genitori prima comunione a Baccanello

Domenica 6 Aprile 

ritiro ragazzi e genitori cresima comunità Shalom Palazzolo sull’Oglio

Domenica 13 Aprile

Anniversari Matrimonio per coloro che festeggiano nel 2008 5, 10, 15, 20, 25, 30, 35, 40, 45, 50, 55 e 60 anni di matrimonio. Il programma è il seguente: ore 15.00 ritrovo in oratorio - meditazione; ore 16.00 confessioni – preghiera personale; ore 17.30 celebrazione della santa Messa  in chiesa parrocchiale con rinnovo delle promesse.

Giovedi 27 e  venerdì 28 marzo  dalle 9.00 alle 18.00: benedizione case.

 

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Due esempi di conversione dai Promessi Sposi

Don Abbondio che trema di paura, gli occhi ora paterni ora fiammeggianti di padre Cristoforo, il pianto di Lucia, una barca che s’allontana nella notte… sullo schermo davanti ai nostri occhi, le scene e i personaggi de “ I Promessi Sposi” prendono vita, aiutandoci ad entrare più visibilmente in quello spicchio di storia del ‘600 lombardo, quando vivere -e sopravvivere- era cosa assai difficile.

Capolavoro letterario nato dalla penna di Alessandro Manzoni, è la storia di un matrimonio in sospeso, che resterà tale dalla prima pagina fino alla penultima. In mezzo, lungo 38 capitoli si snoda il percorso accidentato di esistenze che si intrecciano, si scontrano, si soccorrono a vicenda; Renzo, Lucia e molti altri personaggi che ruotano intorno a loro, conosceranno il pericolo, il dolore della separazione, l’inganno altrui, la tentazione di farsi giustizia da sé, per accorgersi ad un certo punto che la vendetta umana  “è un terribile guadagno”, per scoprire nei momenti più drammatici che, quando i mezzi umani vengono meno, è proprio allora che interviene Dio. Come? “mandando un Suo ministro indegno e miserabile, ma un Suo ministro, a pregar per una innocente”: così padre Cristoforo si rivolge a don Rodrigo, nel coraggioso e struggente tentativo di toccargli il cuore.

E’ interessante notare come talvolta proprio le vittime si rivelino strumenti inaspettati di Provvidenza: lo è potenzialmente - e paradossalmente - Lucia per don Rodrigo, ma il cuore di questo potente resta indurito come quello del Faraone. Lo è il buon servo Cristoforo, che durante il duello scatenatosi per futili questioni tra il suo padrone Lodovico e il nobile soverchiatore, non esita a sacrificare la propria vita per salvare quella del giovane (che in seguito diventerà, appunto, “fra Cristoforo”, adottando così il nome di chi l’ha salvato). E lo è perfino il nobile che aveva provocato lo scontro mortale ma che, agonizzante, perdona Lodovico e gli chiede a sua volta perdono.

Cos’è dunque che fa scatenare la conversione, questa “inversione a U” tanto decisiva da cambiare radicalmente il percorso di un’anima? E’anzitutto il sentirsi toccati in profondità dal perdono altrui, l’essere conquistati dalla misericordia, da un atto di estremo amore.  E quando un’anima cambia rotta, intorno a lei si generano altre conversioni e nuove propagazioni di perdono, perché solo chi ha sperimentato la gioia liberante di essere perdonato, è capace poi di perdonare autenticamente.

E di comprendere: a padre Cristoforo sta a cuore l’anima di don Rodrigo, giacché non si sente un santo senza macchia, ma un peccatore che ha conosciuto pure lui il buio e la tentazione del male. E quando afferra vigorosamente il braccio di Renzo, trattenendo il giovane dai suoi propositi, lo fa con l’autorità di un vero padre che è già passato attraverso quell’esperienza drammatica in cui, nell’uccidere un oppressore, il confine tra giustizia e ira, tra legittima difesa e istinto di vendetta, è molto sottile.

Ma ogni conversione è anzitutto frutto della Grazia: una grazia che opera non in modo generico, ma specifico, intervenendo nella storia concreta di un individuo: ogni genuina conversione non è cioè un evento anomalo o astratto, non è il rinnegamento del proprio passato, ma il suo superamento. In altre parole Dio, quando converte una persona, la “modella” senza però snaturarla: non ne stravolge i tratti distintivi del carattere, ma li “riutilizza” a fin di bene: ecco allora che l’antica irruenza del giovane Lodovico diventa vigore e coraggio nel combattere il male; la destrezza appresa un tempo negli esercizi cavallereschi e il senso concreto respirato nell’ambiente mercantile, diventano intraprendenza e capacità di organizzare nei dettagli e velocemente un piano di fuga per i nostri beniamini. Certo, padre Cristoforo anche in età avanzata deve costantemente fare esercizio di umiltà per tenere a freno la sua indole, ma se Dio ne avesse intiepidito il carattere, Lodovico sarebbe diventato semplicemente un frate che se ne sta in convento a pregare, ma non può camminare operosamente per le vie del mondo a servizio di Cristo nei fratelli più indifesi.

Infine abbiamo bisogno di simboli, che come pietre miliari ci ricordino i momenti cruciali della nostra vita: ecco allora che l’umile novizio, giunto al palazzo del fratello del nobile ucciso per chiedergli perdono, quando viene da questi abbracciato e invitato al banchetto ( altra scena di conversione che capovolge ogni previsione umana), risponde:

“ Queste cose non fanno più per me; ma non sarà mai ch’io rifiuti i suoi doni. Io sto per mettermi in viaggio: si degni di farmi portare un pane, perché io possa dire d’aver goduto la sua carità, d’aver mangiato il suo pane, e avuto un segno del suo perdono.”

Il pane del perdono: fra Cristoforo ne mangia una parte, ma conserverà l’altra quasi fino alla fine dei suoi giorni, per ricordarsi la gioia della Riconciliazione: gioia che non cancella la memoria della colpa, ma la riscatta con una nuova vita, da spendere fino in fondo per salvare altre vite.

Laura Cavagna

 

pag. 4-5

“Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”(Mt.28.19)

 

Queste parole di Gesù racchiudono tutti gli elementi essenziali del Battesimo e noi vorremmo provare a capire il significato di questo sacramento, in cui si compie l’incontro con Dio che cambia il cuore e la vita, un incontro decisivo in cui Gesù Risorto si unisce a noi per accompagnarci col suo amore fedele per tutta la nostra esistenza, inondandola di una bellezza che inizia nel tempo e non tramonterà mai.

Lasciamoci guidare dalle parole di Mons. Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto nella lettera pastorale sul battesimo.

-“ Il primo elemento del battesimo è l’annunzio di quanto Gesù ha fatto e insegnato; quindi l’accoglienza del Suo dono, espressa mediante la confessione della fede; infine l’effusione  dell’acqua nel nome della Trinità.”

 

L’annunzio del Vangelo è la premessa necessaria al battesimo: in una società dove la maggior parte dei bambini veniva battezzata, esso si dava quasi per scontato e la preparazione  a questo sacramento veniva piuttosto trascurata.

Nella società complessa,  multireligiosa  e multiculturale in cui viviamo, l’urgenza di far risuonare l’annuncio della fede e di chiamare  alla conversione a Cristo si mostra in tutta la sua necessità  e riguarda innanzitutto i genitori.

 Essi hanno dato la vita naturale al loro figlio senza chiedergli prima il permesso,  convinti che la vita è un bene da dare e da far amare.

Ora, chiedendo di farlo partecipe  della vita divina col battesimo, devono essere consapevoli di quello  che domandano, per assumersi con piena convinzione l’impegno di far nascere e sviluppare nel figlio la vita nuova  che gli è offerta in dono. La catechesi ai genitori, in preparazione al battesimo, e perciò indispensabile affinché la grazia del fonte battesimale risvegli in loro il dono e la bellezza della fede.

La celebrazione del battesimo inizia proprio con delle richieste:

 -Che cosa  domandate per il figlio che volete battezzare? -Che cosa vi aspettate per voi stessi dal battesimo?

La risposta è eco della più profonda attesa del cuore umano:”la vita eterna”, una vita buona, la vera vita, la felicità in un futuro ancora sconosciuto.

Certo, nel domandare un dono così grande può nascere nel cuore l’interrogativo   che anche Maria fece all’angelo:

 -Come accadrà questo? La risposta che il battesimo ci propone è un invito a  fidarci di Dio nella comunione della sua chiesa.

Infatti chi riceve il battesimo non è più solo, il Dio che è amore lo custodirà sempre.

Grazie a questo amore il battezzato viene inserito in una compagnia di amici che non lo abbandonerà mai, una compagnia che è eterna perché è comunione con Colui che ha vinto la morte.

Il dono della vita offerto nel battesimo richiede di essere accolto, perciò nella  celebrazione del sacramento siamo chiamati a dire “no” al peccato che ci porta a   separarci da Dio e dagli altri e al tempo stesso a dire sì al Dio che è amore: è il “sì” espresso dalla parola “credo” con cui ci consegnano totalmente a Lui.

Nel momento in cui avviene l’infusione dell’acqua si ha la certezza di appartenere per sempre a Dio, di stabilire un legame con Lui che, proprio grazie  alla Sua  fedeltà non potrà più essere cancellato e ci unirà per sempre alla famiglia dei   Cristiani.

Benedetto XVI,  rivolgendosi ai genitori in occasione del battesimo di alcuni bambini in San Pietro, ha detto: “Per crescere sani e forti questi bambini e  bambine avranno certamente bisogno di cure materiali e di tante attenzioni; ciò però che sarà loro più necessario, anzi indispensabile è conoscere, amare e servire Fedelmente Dio per avere la vita eterna”.

Alcune giovani coppie della nostra parrocchia hanno chiesto da poco il battesimo per i loro figli e hanno accettato di offrire la loro testimonianza di fede, consapevoli che è fondamentale vivere l’infanzia e la giovinezza come grazia santificante di questo sacramento.

 

Noi siamo una coppia al secondo figlio e siamo sposati da dieci anni.

La nostra vita alla nascita del primo figlio, aveva avuto un bel cambiamento: tutto ruotava intorno alla nostra piccola creatura e sembrava che il tempo non fosse mai abbastanza.

Mi ricordo che se il piccolo stava bene, mangiava e dormiva, tutto sembrava bello e speciale, al contrario se piangeva o si ammalava il mondo ci cadeva addosso.

Dopo una nottata passata a cantare la ninna nanna e a preparare la tisana per farlo riaddormentare, ci guardavamo sconvolti.

Con la nascita del nostro secondo figlio le cose non hanno avuto grandi cambiamenti, ormai sapevamo a cosa saremmo andati incontro, la strada era già stata tracciata, le cose ci sono sembrate più facili. E già dal giorno della dimissione dall’ospedale, il piccino ci seguiva ovunque, stava con noi alla messa, a spasso, a fare la spesa, a prendere il fratellino a scuola e accompagnarlo alle attività sportive. La nostra giornata di genitori è veramente piena e alla sera arriviamo stanchi, ma felici, ringraziamo il Signore per averci dato la grazia di formare una famiglia con i nostri piccoli tesori.

E’ stato naturale chiedere per i nostri figli il battesimo perché crediamo che questo sacramento sia l’inizio della conoscenza di Dio Padre, e siccome noi siamo stati battezzati, vogliamo che lo stesso dono lo ricevano i nostri bambini come un bene prezioso per la loro vita.

Cristina e Luca,  papà e mamma di Nicola e Matteo

 

La nascita di Riccardo Mario ci ha regalato emozioni uniche ed ogni giorno continua a farci vivere nuove meraviglie. Ora nulla è più come prima. Ci siamo fusi con lui indissolubilmente in una famiglia. Inseparabili.

La nostra vita è diventata meno semplice, ma più ricca di quanto ci saremmo mai sognati: le lunghe poppate notturne, le dolorose coliche che ci fanno trattenere il fiato, i singhiozzi che non finiscono più, le ore divertenti del bagnetto e dei giochi, gli improvvisi sorrisi che riempiono il cuore, le prime paroline, le uscite di casa che sembrano la traversata del Sahara, i nostri bisbigli nel buio, il lettone ormai occupato, le infinite coccole a tre…e la famosa “prima volta” che con lui si vive per ogni cosa. E la sera, guardandolo dolcemente addormentato nel suo lettino, ci scambiamo uno sguardo e ci rivolgiamo a Dio ringraziandolo per il dono meraviglioso che ci ha fatto e pregandolo di accompagnarci con la sua presenza e la sua grazia nel cammino e nell’educazione di Riccardo Mario. Da qui il nostro grande desiderio e la consapevole scelta di battezzarlo rendendolo anche Figlio di Dio e di farlo crescere nella fede.

Le nostre aspettative per Riccardo Mario, come per ogni bambino del mondo, sono che possa vivere nell’amore, che possa essere amato e che impari, come Gesù ci ha insegnato, ad amare. Vogliamo essere i primi per lui con il nostro esempio nella vita di ogni giorno ad aiutarlo a intraprendere il cammino della vita cristiana.

Silvia e Beppe , papà e mamma di Riccardo

 

Quando ci è stato chiesto di scrivere qualche considerazione sul battessimo di nostra figlia e su come sia cambiata la nostra vita dopo la sua nascita, tutti e due abbiamo sovrapposto le immagini della cerimonia religiosa con quelle ancora vivissime nella nostra memoria della sua parto.

Siamo usciti di casa per andare all’ospedale in una gelida ma chiarissima notte d’inverno. Abbiamo visto l’alba di uno splendido giorno di sole dalla piccola finestra della sala parto e finalmente, dopo  trentasei ore di travaglio, in pieno giorno nostra figlia è nata. Non appena è spuntata la sua testolina, in un silenzio irreale, abbiamo avvertito forte il soffio della nuova vita che è stata affidata alle nostre cure. Nello stesso modo, il giorno del battesimo, dall’acqua si è sprigionata la forza che ha reso Cinzia totalmente viva, anima, spirito, corpo. Abbiamo deciso di battezzarla proprio per questo, per inserirla nell’alveo di una tradizione forte, perché possa anche lei vivere in pienezza di grazia ogni giorno l’avventura della vita. La fatica del crescerla non ci abbandona ma ci sorregge il suo sorriso e il suo totale affidarsi a noi.

Nora e Mauro, papà e mamma di Cinzia.

Clelia e Daniela

 

pag. 6-7

Siamo giunti alla Pasqua, festa della gioia, dell’esplosione della natura, ma innanzitutto, per i cristiani, del sollievo, del gaudio che si prova, come dopo il passare di un dolore e di una mestizia che dava angoscia, perché Pasqua altro non è che la reale dimostrazione che la Resurrezione di Gesù non era una vana promessa, e questo alimenta e sorregge la speranza di risorgere, dà  la certezza della Redenzione. “Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello. Il Signore della vita era morte, ma ora vivo trionfa”.

Abbiamo camminato verso la Pasqua vivendo il tempo forte della Quaresima “che soprattutto mediante il ricordo o la preparazione al Battesimo e mediante la penitenza dispone i fedeli alla celebrazione del mistero pasquale, con l’ascolto più frequente della parola di Dio e la preghiera più intesa”(Sacrosanctum Concilium 109).

La celebrazione della Pasqua nei primi tre secoli della vita della Chiesa non aveva un periodo di preparazione: la comunità cristiana viveva così intensamente l’impegno cristiano, fino alla testimonianza del martirio, da non sentire la necessità di un tempo per rinnovare la conversione già avvenuta con il Battesimo. E’ dal  quarto secolo in poi che i quaranta giorni prima di Pasqua diventano tempo privilegiato per la preparazione dei catecumeni ai sacramenti del Battesimo e dell’Eucarestia; era il tempo del divenire cristiani, che non si realizzava in un solo momento, ma esigeva  un lungo percorso di conversione e di rinnovamento: il Catecumenato era un cammino passo passo verso il Battesimo, un cammino di apertura dei sensi, del cuore, dell’intelletto a Dio, un apprendimento di un nuovo stile di vita, una trasformazione del proprio essere  nella crescente amicizia  con Cristo in compagnia con tutti i credenti. Così dopo le diverse tappe di purificazione, di apertura, di conoscenza nuova l’atto sacramentale del Battesimo era il dono definitivo di una vita nuova, era morte e risurrezione.(Card. Ratzinger) Alla preparazione si univano anche i già battezzati riattivando il ricordo del Sacramento ricevuto, e disponendosi a una rinnovata comunione con Cristo nella celebrazione gioiosa della Pasqua. Così la Quaresima aveva ed ha tuttora il carattere di un itinerario battesimale, poiché aiuta a mantenere la consapevolezza che l’essere cristiani si realizza come un continuo divenire cristiani: l’esserlo non è mai un fatto compiuto, ma è un cammino in avanti che richiude sempre nuovo esercizio.

Nella notte santa di Pasqua, dopo la benedizione del cero pasquale, la processione dietro la luce e verso la luce, riassume simbolicamente tutto il cammino catecumenale e penitenziale della Quaresima,  ricorda anche il lungo cammino  di Israele nel deserto verso la terra promessa e simbolizza infine il cammino dell’umanità che nel buio del peccato e del male della storia cerca la luce  del bene,  della riconciliazione tra le genti, della pace, cerca la vera vita. 

  “Chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna ed …è passato dalla morte alla vita “. “Io sono la risurrezione e la vita”sono le parole di Gesù.

La  stessa notte, dopo la liturgia della Parola, propone il grande simbolo dell’acqua: il Signore  aveva giurato che non avrebbe più riversato le acque sulla terra per distruggere l’uomo, l’acqua non sarebbe più stata il segno della morte che riporta la creazione nel disordine e nella notte originaria. L’acqua è promessa come segno efficace di vita, come segno che genera la vita. Ed infatti fu proprio mediante ed attraverso l’acqua (del Mar Rosso) che il popolo dell’antica alleanza venne generato, poiché venne costituito nella sua libertà e nella sua identità.

Questa misteriosa potenza dell’acqua preludeva e prefigurava la verità dell’acqua del fonte battesimale. Come infatti attraverso l’acqua il popolo dell’antica alleanza è nato come popolo libero di servire il Signore così dal fonte battesimale nasce il nuovo popolo di Dio, la Chiesa, libero di servire il Signore. Con le parole dell’apostolo Paolo: “Quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte. Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova... Se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui... Consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù”

Il Battesimo nell’Antica e Nuova Alleanza

Il rito centrale del Battesimo consiste  nell’”immergere” nell’acqua o nel versare l’acqua sul capo, mentre viene invocato il Nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo; colui che viene battezzato  è immerso nella morte di Cristo  e risorge con Lui come “nuova  creatura”. Il simbolo dell’acqua  sia nell’Antico Testamento che nel Nuovo è il segno dello Spirito di Dio che agisce. Nell’Antica Alleanza vari episodi prefigurano  il Battesimo ed ogni volta l’acqua  esprime l’idea della nascita e della rinascita: l’acqua della Creazione è l’elemento  con il quale  Dio dà inizio  alla vita del mondo e del creato; nel Racconto del Diluvio universale  attraverso l’acqua si realizza  il ritorno al caos  che esisteva  prima della creazione, è un’acqua di purificazione  di quel mondo che aveva preso una strada diversa da quella proposta da Dio e l’arca di Noé salva per mezzo dell’acqua; nell’Esodo le acque danno al popolo ebraico la possibilità di modificarne lo stato: il passaggio nel Mar Rosso, lo libera dalla schiavitù d’Egitto; la traversata del Giordano introduce Israele nella terra promessa, immagine della vita eterna.

Le prefigurazioni trovano compimento  nel la Nuova Alleanza con  Gesù Cristo: nell’episodio  del Battesimo di Gesù nel Giordano l’acqua del fiume è come l’acqua della creazione, da quel momento ha inizio la sua vita pubblica e la sua rivelazione agli uomini.

 Prima di Gesù, Giovanni Battista amministrava un battesimo di pentimento e di conciliazione  con Dio, questo consisteva  in un bagno sacro purificatore.

Sulla sponda del fiume comparve anche il Gesù e osservava la folla dei penitenti che si avviavano al rito di purificazione e di perdono, mentre Giovanni diceva a tutti, perché si mormorava che fosse il Messia: “Io vi battezzo con acqua; ma viene uno che è più forte di me, al quale io non sono degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali; costui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco…”. Anche Gesù, innocente da ogni colpa, volle avvicinarsi per ricevere il Battesimo, per solidarizzare con quei penitenti alla ricerca della salvezza dell’anima e santificare con la sua presenza l’atto, che non sarà più di sola purificazione, ma anche la venuta in ognuno dello Spirito di Dio e rappresenterà la riconciliazione divina con il genere umano, dopo il peccato originale.

Giovanni riconosciutolo, si ritrasse dicendo: “Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?” e Gesù rispose: “Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia”. Allora Giovanni lo battezzò; appena uscito dall’acqua, si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui. Ed una voce dal cielo disse: “Questo è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto” (Mt 3, 13-17).

Clelia Tironi

 

pag- 8-9

Iniziamo, quest’anno, una nuova rubrìca, riguardante la storia della cultura cristiana che possiamo rilevare dai dipinti e simboli ornamentali che troviamo sui muri della nostra chiesa, nonché degli arredi di cui la stessa è dotata. Dobbiamo premettere che, un tempo, le raffigurazioni nelle chiese avevano una funzione catechistica vera e propria: buana parte dei parrocchiani, infatti, non sapeva leggere ( o lo faceva a fatica, avendo un’istruzione di terza elementare, cosiddetta “di ritorno”, vale a dire che non aveva più occasione di leggere o non lo sapeva più fare). Le raffigurazioni dei muri, le statue, gli oggetti sacri sopperivano egregiamente alla carenza culturale, unitamente alle spiegazioni dei sacerdoti o dei catechisti. Allora tutti sapevano a menadito distinguere, per esempio, gli evangelisti affrescati sul soffitto sopra l’altare maggiore: quello con il leone, quello con l’aquila…...Noi, oggi, istruiti, probabilmente facciamo una certa fatica a identificare le raffigurazioni più semplici…Ci sono, poi, termini tecnici che ci sono un poco oscuro, come transetto, ambone, patena…. Riporteremo, pertanto, un piccolo vocabolario in calce alla fine di ogni articolo.

In questa prima visita guidata alla nostra bellissima chiesa ci occuperemo dell’abside, che è la parte terminale della chiesa, dietro l’altare, dove si trova anche il coro. La parte terminale della navata è detta abside, al di sopra della quale c’è la pala, generalmente consistente in un dipinto spesso inserito in una cornice architettonica ( e allora si chiama ancona ). La pala della nostra chiesa raffigura Gesù crocefisso, con la Madonna, S. Giovanni Evangelista e la Maddalena. Trattasi di olio su rame. Autore: Giuseppe Carnelli tra il 1890 e il 1910.

Sempre nell’abside, sotto il cornicione, si vedono tre grandi dipinti. Il Supplizio di S. Antonino (Dove il Santo viene ferito con la lancia da un aguzzino perché si era rifiutato di sacrificare incenso per l’imperatore). Olio su tela di cm 260 x 185. Autore ignoto, eseguito negli anni dal 1750 al 1799 (ma potrebbe essere della scuola del Capella). Il Martirio di S. Antonino ( Dove il santo, scampato al supplizio, è decapitato. Notare la luce divina che viene da sinistra). Olio su tela di cm. 270 x 185. Autore: Francesco Capella, detto “Daggiù”. Opera dell’età avanzata del Pittore. Il terzo quadro, olio su tela, rappresenta Il supplizio di San Giovanni Evangelista, immerso nell’olio bollente. Opera di Gaetano Peverada tra il 1750 e la fine di quel secolo. Misura 260 cm x 154.  Nell’abside si trova pure il coro costruito nel 1880 dal bergamasco Pietro Salvi. E’ di noce intagliata e radica di noce. Misura in altezza 239 cm e in larghezza 1110 cm. E’ considerato di buona fattura. Alla metà si inserisce uno scanno ( sedile con tettino) pure di noce e radica. Stesso Autore.

Due parole, ora, sui pittori. Francesco Capella nasce a Venezia il 5 giugno 1711 da Giacomo e Variola Luigia e muore a Bergamo nel 1784. Ha una ricchissima produzione di opere, delle quali molte in Bergamasca, in Lombardia, nel Veneto. Sue opere si trovano un po’ in tutto il Mondo ( Basilea, Francoforte, Edimburgo, Minneapolis, Colonia, Zurigo, Parigi, Washington, Londra, Venezia). 

Dei pittori Carnelli e Peverada tratteremo più diffusamente nei prossimi numeri.

Diciamo, a questo punto, qualcosa sui santi raffigurati nei dipinti. S. Antonino, martire, è il protettore della città di Piacenza e patrono di altre città ( ad es. Parma e Reggio Emilia). La tradizione, ma non è certo, lo vuole soldato della Legione Tebea attorno agli anni 300 d.C. A Roma rifiutò di onorare l’imperatore bruciando incenso in suo onore. Subì quindi il supplizio, ma non morì. Fu successivamente decapitato.

S. Giovanni Evangelista, secondo la Legenda Aurea, sarebbe stato portato da Efeso a Roma durante la persecuzione di Domiziano. Qui uscì illeso dal supplizio per immersione in una caldaia di olio bollente. Fu, quindi, bandito nell’isola di Patos fino alla morte dell’imperatore. A Patmos, Giovanni avrebbe scritto il “libro sull’Apocalisse ( libro delle rivelazioni divine).

Augusto Volonterio

 

 

 

Terminologia

Abside: incavo semicircolare, poligonale o lobato, ricoperto da una semicupola, nel muro perimetrale che costituisce la parte terminale della navata di una chiesa.

Navata: suddivisione longitudinale di una chiesa per mezzo di colonne o di pilastri.

Pala: grande quadro di soggetto sacro collocato sopra la mensa di un altare.

Presbiterio: spazio attorno all’altare riservato al clero officiante.

 

 

Ol Casanova de Bocaliù

Sabato 23 e domenica 24 febbraio la Compagnia teatrale “Giovanni Paolo II” ha proposto una divertente commedia in tre atti presso il nostro Auditorium. Due serate all’insegna dell’allegria e della spensieratezza grazie all’accurata regia, all’allestimento scenico e alla bravura dei protagonisti che vediamo qui di fianco in una simpatica foto d’altri tempi.

La commedia è stata replicata a Chignolo d’Isola sabato 1 marzo con grande successo di pubblico: è prevista una rappresentazione pomeridiana ancora a Locate per soddisfare le richieste di molti anziani.

 

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Caro don Giosy, inizia così il testo di una tue delle canzoni che, negli anni ottanta, hanno fatto riscoprire a molti giovani la voglia di manifestare con il canto la propria partecipazione alla Celebrazione Eucaristica. Apparteneva all’album Viaggio nella vita, la cui note risuonano ancora nella nostra chiesa per accompagnare, talvolta, il viaggio di coloro che hanno intrapreso la strada della ‘vita eterna.

Locate ha bevuto a questa fontana attingendo  dalla sorgente viva del tuo entusiasmo di prete, dal pozzo della tua grande fede, dal fiume di parole che ripetevano con chiarezza la Parola.

Sono trascorsi alcuni giorni dal saluto commosso che la Comunità di Locate ti ha rivolto durante le Messe o negli incontri personali che con grande pazienza hai concesso a tutti.

Vorrei cercare parole adatte per scriverti qualche emozione che ti rechi il mio sincero ringraziamento, ma basta l’ascolto di un testo delle tue canzoni per capire che sono parole troppo semplici: tu ci hai detto di più. Mi è rimasto nel cuore il tuo esordio: “Quest’anno, non so perché, non riesco a vivere la Quaresima come ogni altro anno: io sento che è già Pasqua!”  Ci hai spiazzato e posto su binari per i quali aveva senso cantare il leit motiv che ci hai proposto: “Ci sono giorni che  la vita cambia... Tu, o Dio sei la vita mia, tu o Dio, anima e follia, è meraviglioso appartenere a te!”

nicodemo

 

Caro notiziario parrocchiale,   con questa mia testimonianza voglio ringraziare il nostro parroco don Giulio per averci dato l’opportunità dei Santi Esercizi Spirituali, ma anche per la scelta di don Giosy Cento, sacerdote con grande dote  nel comunicare a tutti, con quel suo modo semplice, profondo, umano, convincente, proprio di chi  ha molta esperienza per aver incontrato tante persone  lungo il percorso della vita; ha saputo renderci partecipi con la parola, con il canto e la sua fedele chitarra. All’inizio  di ogni santa Messa o predicazione ci ha dato il suo saluto amichevole, come se fosse da sempre uno di noi; con il suo sorriso pacato ha bel celato  la sofferenza di chi  ha subito ben sette interventi, scherzosamente da lui chiamati i sette sacramenti.

Quanti esempi ci ha portato per indicarci come essere veri cristiani! Amare Dio con tutto il cuore, facendo la sua volontà sempre nel quotidiano, in famiglia; saper perdonare; pregare e stare in silenzio  davanti al Tabernacolo o alla Croce; ringraziare Gesù per il dono della vita…Ha spiegato ogni parola del Padre Nostro facendoci ben capire il loro significato, così la Santa Messa in ogni sua parte , mettendo ben in risalto Gesù Eucarestia e invitandoci a riceverlo ogni volta. E’ stato come se ci avesse accompagnato  per mano , per farci entrare nel mistero  della fede attiva e consapevole.

Spero tanto di serbare a lungo nel mio cuore questi preziosi momenti e ricordi, e soprattutto di riuscire a tradurli in pratica. Ringrazio Gesù di aver messo  sul mio cammino  bravi sacerdoti.

 Piera

 

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Giovedì 1 maggio:

Pellegrinaggio Parrocchiale a Sotto il Monte Giovanni XXIII – Pomeriggio Formazione C.R.E.

Venerdì 2: Primo Venerdì del Mese Esposizione  ed Adorazione - S. Messa e Benedizione Eucaristica.  In Giornata Visita Ammalati. Apertura Vicariale mese di Maggio a Prada.

Lunedì 5: ore 20.30-21.30 Gruppi Biblici nelle Case

Martedì 6: ore 20.00 dalla Chiesa Parrocchiale a Via Pesenti (Santa Messa presso le famiglie Valsecchi - Beretta - Beretta Alborghetti)

Mercoledì 7: Ore 20.00 Via Lazzarini (Santa Messa presso le famiglie Trovesi,  Ambrosioni)

Giovedì 8: ore 14.00 In Pullman al Santuario Madonna della Coranbusa di Cepino.

Venerdì 9: ore 20.00 Via Puccini (Santa Messa presso le famiglie Bolis - Pendezini)

Ore 21.00 Consiglio Pastorale Parrocchiale

Lunedì 12 Ore 20.00 Via ??? (Santa Messa presso le famiglie ???? Laura)

Martedì 13 Ore 20.00 Via Diaz (Santa Messa presso le famiglie Nava- Tironi)

Mercoledì 14: ore 20.00  via Diaz (Santa Messa presso la famiglia Bertuletti)

Giovedì 15 Ore 20.00 Via Dioaz (Santa Messa presso la famiglia Maffeis)

Venerdì 16 Ore 20.00 In Seminario Terza Scuola di Preghiera

Lunedì 19 Ore 20.00 Via Mazzolari (Santa Messa presso le famiglie Cortinovis)

Martedì 20 Ore 20.00 (Santa Messa presso la famiglia Foglieni)

Mercoledì 21 Ore 20.00  Via V.Veneto, 12 (Santa Messa presso la famiglia Medolago)

Giovedì 22 Ore 14.00 in Pulman Santuario Ghisalba - Martinengo

Venerdì 23 Sante Quarantore

Sabato 24 Sante Quarantore

20,30 Corso Fidanzati

Domenica 25 Solenne Processione Corpus Domini

Pomeriggio Ritiro Fidanzati

Lunedì 26 Ore 20.00 Via ???? (Santa Messa presso la famiglie Sana)

Martedì 27 Ore 20.00 Via S. Gaudenzio (Santa Messa presso la famiglia Enzo Gualandris)

Mercoledì 28  Ore 20.00 Festa dei Diplomi della Scuola Materna

Giovedì 29 Ore 14.00 In pulman Santuario Lantana Bratto – Madonna Gamba Albino Cena

Venerdì 30 ore 20.00 Peregrinatio Maria e ore 20.30 Confessioni Genitori e Ragazzi Prima Comunione

Per i pellegrinaggi si raccolgono le iscrizioni presso la segreteria dell’Oratorio.

 

Pro Oratorio

Debito residuo da pagare  al 3 gennaio 2008

Euro 583.536,77

 

Fam. Abati Nobili            Euro 250,00

Tombola gennaio           Euro 320,00

Torte gennaio   Euro   346,00

NN       Euro      100,00

Cooperativa il segno     Euro       200,00

Torte febbriao   Euro       346,00

Tombola febbraio         Euro       279,00

Lotteria Maria Caccia    Euro       180,00

Nn        Euro       200,00

Alpini    Euro       100,00

Buste febbraio Euro     2.030,00

 

Debito residuo da pagare al  29 febbraio 2008

Euro 579.185,77

Grazie alle signore che permettono di avere sempre fiori freschi sugli altari.

Il numero 49 del febbraio 2008

Pag. 1 e 3

Con l’antico austero rito delle Ceneri, entriamo nel cammino quaresimale; anche noi entriamo in questo cammino, non per una scelta della nostra volontà, ma per obbedienza al Signore. È il Signore che chiama insistentemente noi, la sua Chiesa, a convertirsi.. Il senso ebraico della conversione è quello di una inversione a “U”: uno sta andando per la strada e si accorge di avere imbroccato la strada sbagliata; allora fa una inversione a “U”, volta le spalle dall’altra parte. Questo è convertirsi: andare in una direzione diversa, nuova, verso il Signore. E la conversione vuole dire cambiamento di mentalità, di modo di pensare, di modo di valutare, riscoprire quali sono i valori essenziali della nostra vita. E vale proprio la pena renderci conto di questo bisogno che abbiamo di conversione, di cambiamento di vita.

C’è di bello e di consolante che questo cambiamento, questa conversione è possibile. Non siamo dei rassegnati che dicono: «Le cose vanno male, ma sono sempre andate male, e il mondo è sempre andato così, quindi non c’è niente da fare». Non è vero!

Se vogliamo ritornare al Signore, in questa Quaresima, non è per paura, ma per amore. Anzi il Signore ci dà un’arma in più nella nostra sicurezza, per il nostro cammino di ritorno;  entriamo in questo cammino quaresimale; perché vogliamo essere migliori e vincere un po’ di quella disperazione o pesantezza che a volte afferra la nostra vita..

Le letture che ascolteremo ci mettono davanti tre opere di misericordia: l’elemosina, la preghiera e il digiuno; sono i grandi filoni della conversione.

L’elemosina è la conversione nel rapporto con gli altri; quindi il renderci responsabili del bisogno dell’altro, il non far finta che il bisogno dell’altro non ci sia.

La preghiera è il ritrovare il giusto rapporto con Dio; il Dio della nostra vita, è il Signore e la nostra vita deve fare riferimento a Lui. La preghiera ci riconduce continuamente a questo rapporto di fede e di obbedienza nei suoi confronti.

Il digiuno vuole dire il giusto rapporto con noi stessi: imparare a non essere schiavi di niente e di nessuno. Il cibo è il simbolo del bisogno fondamentale della vita umana. È naturale, abbiamo bisogno di cibo per vivere; ma il rischio è che il cibo diventi il padrone della nostra vita. In realtà ci sono delle cose alle quali facciamo fatica a rinunciare e che, se vengono meno, caschiamo in una tristezza o depressione. Ma noi siamo più grandi delle cose, siamo più importanti di una gratificazione o soddisfazione; bisogna imparare questa libertà. E allora toccherà a ciascuno vedere dentro la sua vita quali sono i cammini concreti di conversione. Una volta si facevano i fioretti, i propositi quaresimali; se tu ti rendi conto che hai una schiavitù, per cui non puoi fare a meno di qualche cosa di secondario, prova a farne a meno per un po’. È un segno, non è la conquista della libertà assoluta, però è un segno della consapevolezza di libertà, del fatto che tu sei più grande delle cose, e che puoi trovare la tua gioia non nell’avere questo o quello, ma semplicemente nell’essere te stesso e nel manifestarti per quello che sei.

E così, se nel rapporto con gli altri ti rendi conto che c’è qualche cosa che non funziona, perché non hai aperto gli occhi alle persone della tua famiglia o alle persone che hai accanto, prova ad aprirli, a vedere cosa ne viene fuori, se ti senti responsabile del bene o della gioia o del cammino delle persone che hai vicino. Ciascuno dovrà rientrare in se stesso e chiedersi, davanti al Signore, quale sia il cammino che è più giusto fare, quale sia l’impegno, possibilmente concreto, che è più giusto prendere; ma bisogna che uno scelga quello centrale, più significativo e più importante. Il cammino con la Parola di Dio

Per quanto riguarda il cammino insieme, ci sono due cose che mi interessa ricordare. La prima è il cammino che tenteremo di fare in parrocchia la prima settimana di Quaresima, con i santi esercizi spirituali predicati quest’anno da don Giosy Cento, noto cantautore di chiara fama internazionale, compositore di molti testi di canzoni che cantiamo anche nella liturgia.

Accanto a questo c’è un altro cammino, sempre con la Parola di Dio, che potreste fare: è quello della liturgia feriale. Tutti i giorni prendere il Vangelo, così:

·           leggerlo la sera prima di andare a letto;

·           rileggerlo al mattino appena alzati, prima di cominciare la giornata; e se è possibile, quando lo si legge al mattino, accompagnarlo con un poco di preghiera, di dialogo con il Signore.

·           riprenderlo, se possibile, nell’Eucarestia del giorno.

Fate in modo che lo stesso brano venga letto per tre volte, e per tre volte venga assimilato, piano piano. Questo dovrebbe portarvi a familiarizzare con la Parola del Signore. Quindi: alla sera, al mattino, e poi possibilmente nell’Eucarestia.

Aiutiamoci  a fare con coraggio la scelta della Quaresima, a sostenerci nel cammino di conversione che sarà faticoso, ma è soprattutto un cammino di speranza e di gioia; un cammino che ha come traguardo la pienezza della vita che il Signore ci vuole donare e che noi siamo contenti di accogliere insieme  dalle sue mani come un dono. Buon cammino

Don Giulio

 

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Mercoledì 6 febbraio

Le sacre ceneri: giornata di magro e di digiuno.

Sante messe ore 8.30-  17.30 - 20.30

Da lunedì 15  a venerdì 2  febbraio

Santi esercizi predicati da padre DON GIOSI CENTO, compositore e cantante di musiche sacre moderne.

Ogni giorno sante messe ore 6.30 e ore 9.00. Predicazione ore 15.00 oppure ore 20.30.

Ogni venerdì di quaresima

Ore 17.00 via crucis;

ore 17.30 santa messa cui segue esposizione e adorazione;

ore 20.00 vespro cantato e benedizione eucaristica.

 

 

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Pro Oratorio

Debito residuo da pagare al 1/12/07 Euro    612.027,77

 4 Debito Residuo Da Pagare Al

Nn                   250,00

Tombola Dicembre                310,00

Autostrade S.P.A.               4.000,00

Classe 1931                   80,00

Ospitalità Scout                        50,00

Nn                  100,00

Fnpcisl           250,00

Mundialito 2007                       480,00

Torneo  Calcetto 2007          1.104,00

In memoria Gina Perico        3.000,00

Banca Popolare Bergamo                   250,00

Bcc Caravaggio                  2.000,00

Bcc Caravaggio                    520,00

Baldi               50,00

Scuola Primaria Locate            50,00

Curia Vescovile       10.000,00

Rosarianti                    110,00

Beretta Bortolo            400,00

Bonanomi Rosina                 200,00

Pallavolo                       50,00

Ammalati                       60,00

Nn                     40,00

Ammalati                      20,00

Creattiva                      500,00

Buste Natale            4.267,00

Nn                   50,00

Debito residuo da pagare al 3/1/08          - Euro   583.836,77

 

 

Pag. 4-5

Da alcuni anni a Locate l’inizio della Quaresima coincide anche con un periodo significativo di riflessione: gli esercizi spirituali guidati da sacerdoti molto carismatici: dopo i vescovi Bettazzi e Riboldi è tra noi don Giosy Cento, noto tra i giovani e meno giovani per il suo grande contributo alla musica sacra moderna.

Si sono appena concluse le festività natalizie e già il nostro pensiero si proietta alla gioia della Pasqua che quest’anno coincide con l’arrivo della primavera, stagione di rinascita, di rinnovamento, di freschezza, di splendore.

Nella nostra parrocchia l’evento pasquale sarà anticipato da una novità paragonabile ad una ventata di aria nuova, capace di scuotere gli animi e di condurli alla riflessione sui valori essenziali che possono dare senso alla vita.

Di cosa si tratta?

La novità sta nella musica e nelle canzoni che Don Giosy Cento utilizza come mezzo per esprimere l’invisibile, l’intoccabile e quindi Dio perché, secondo lui, proprio la musica arriva al cuore, muove l’anima, commuove e può convertire.

Incontreremo Don Giosy nei giorni dedicati agli esercizi spirituali: egli racconterà a tutti e soprattutto ai giovani la sua vocazione, affronterà con noi i problemi del nostro tempo alla luce del Vangelo, della Parola sempre nuova di Dio che illumina le situazioni e le scelte quotidiane, canterà la fede nell’uomo – Dio Gesù punto focale della storia di tutti e di ognuno.

Chi è Don Giosy?

Don Giosy è un prete – cantatore conosciuto in tutta Italia e all’estero. E’ nato e vive in provincia di Viterbo e, in tanti anni di attività, ha toccato moltissime città e nazioni del mondo. E’ fondatore dell’Associazione “Il mio Dio canta giovane”; ha organizzato molti meeting dei giovani e ha formato il complesso musicale “Parsifal” che lo accompagna in giro per l’Italia riscuotendo successo e consensi.

E’ stato educatore in Seminario, vice parroco a Farnese e parroco a Grotte di Castro (Viterbo).

In questi anni di missione sacerdotale,con lo stile del menestrello medioevale, in giro, nelle chiese, per le strade, nelle piazze racconta storie di vita quotidiana nelle quali si nasconde, per essere riconosciuta, la storia di una Persona Viva il cui nome è Gesù: senza di lui, qui parleremmo di nulla.

E’ chiamato il “parroco della canzone”: “Prendimi per mano Dio mio…” è una delle sue composizioni che ha cantato davanti a Giovanni Paolo II nell’ottobre del 2003, contagiando tutti i presenti in Piazza San Pietro.

Questa canzone risuona spesso anche nelle nostre chiese e ha il sapore della preghiera che esprime speranza, gioia, accoglienza, ma anche provocazione per pensare.

D’altra parte le sue canzoni sono tutte preghiere, anche quelle che raccontano storie di vita, anche quelle dove Dio non è mai nominato, ma senti che c’è: è l’ascolto dei propri familiari, del vicino di casa, dei colleghi di lavoro, dei compagni di scuola, della gioia di un bambino o dell’ultimo respiro di un anziano che diventano la musica di Dio.

Don Giosy si rivolge ai giovani considerati non come un pubblico difficile, ma un pubblico da amare, di fronte al quale bisogna avere il coraggio di un robusto linguaggio evangelico, di un annuncio che li metta davanti ad un Vangelo autentico.

I giovani si sentono allora smontare nelle loro difese, nelle loro maschere.

Egli ha incontrato tantissimi giovani che, attraverso le sue canzoni, hanno percepito il suo essere prete, la sua proposta di una Chiesa della bellezza, dell’entusiasmo, che è la chiesa di Gesù Cristo.

Ha cercato di dire loro che ci sono delle vocazioni impegnative, senza le quali gli uomini non possono migliorare e che anche loro sono chiamati a portare nel mondo contributi positivi.

Lui stesso, in un’intervista, afferma: verso i 18 anni non credevo più in me stesso, ho pensato allora che valevo qualcosa se imparavo a suonare la chitarra e una sera del 1972 ho scommesso con Dio che avrei pregato con la chitarra, invece che con la liturgia delle ore. Quella sera ho creato la mia prima canzone, sono diventato un cantautore che produceva prima a getto, poi quando mi sono accorto che il mezzo è importante, ho elaborato testi più appropriati, perché la musica di Dio non può mai presentarsi in modo banale.

Racconta anche di essere molto devoto alla Madonna: -Il mio incontro con Maria, come giovane e come sacerdote, non è stato facile, ma mia madre mi ha aiutato a metterla nelle mie scelte di vita.

Ho capito che la Madonna non interviene in modo miracolistico nei momenti difficili, ma lascia che ognuno diventi uomo, Lei è come la mamma vicino al figlio malato: non gli toglie il dolore, ma Lei è lì.

Proprio in questo periodo ho terminato il disco su Maria intitolato “La finestra della casa di Nazareth”.

Don Giosy afferma che oggi, in un mondo molto musicale e istintivo, la musica ha acquistato un particolare valore come preparazione e annuncio del Vangelo.

Quando il Vangelo diventa musica e la musica diventa Vangelo, si riempie di esso e questa simbiosi può davvero essere una ricchezza per l’uomo di oggi.

Da molto tempo Don Giosy annuncia il Vangelo nelle parrocchie, negli oratori, nei teatri e nelle piazze ricordandoci che la strada è il luogo dove tutti passano e dove Gesù ha molto operato.

Il suo sogno è quindi quello di creare un gruppo che canti, suoni, danzi, reciti Dio in mezzo alle case degli uomini.

Aspettiamo Don Giosy Cento, il cantautore di Dio, per prepararci con lui a cantare la gioia della Pasqua.

 

 Clelia e Daniela

Don Giuseppe Cento è nato a Ischia di Castro (VT) il 12.08.1946. Già da bambino tutti lo chiamavano Giosy.  Don Giosy, prete cantautore conosciuto in tutta Italia e all’estero, ha iniziato il “Ministero della canzone” negli anni dell’immediato post-concilio, gli anni Settanta, mettendo al servizio della comunicazione con i giovani il suo “carisma” della canzone, vissuto e valorizzato come strumento di dialogo. Le sue canzoni sono utilizzate nella catechesi, nella liturgia, nelle attività di animazione dei gruppi giovanili. Nei suoi anni di attività Don Giosy ha toccato moltissime città e nazioni del mondo. Ha percorso tutta l’Italia, la Francia (Lourdes), la Svizzera (Zurigo, Basilea, Lugano, Friburgo, Mendrisio), la Spagna , la Polonia  la Germania, il Canada (, gli Stati Uniti  e l’Africa. Alcuni Cd sono tradotti in inglese e spagnolo. Fondatore dell’Associazione “Il mio Dio canta giovane”, è stato, tra l’altro, direttore artistico del Meeting dei giovani verso il Giubileo, dal titolo significativo “Giovani 2000: lasciateci nascere!!”  Don Giosy Cento vive a  Ischia di Castro (VT).

 

Pag. 6-7-16

Domenica 3 febbraio in tutte le comunità cristiane si celebra la “Giornata per la vita”; questa  è la trentesima edizione di una giornata dedicata alla preghiera,  alla riflessione e alla promozione  della vita umana, secondo le indicazioni  dei vescovi italiani che attraverso il loro tradizionale  messaggio suggeriscono il tema, cogliendo le sfide  attuali nella difesa della vita, dalla nascita al suo compimento, e della famiglia. Il cuore del messaggio “Servire la vita” di quest’anno, è l’ invito a considerare la natalità come misura della civiltà e l’ammonimento a non rivendicare mai il “diritto al figlio”. Ecco il testo integrale , che per la linearità e chiarezza non necessità di ulteriori  commenti, se non di un’attenta lettura.

“I figli sono una grande ricchezza per ogni Paese: dal loro numero e dall’amore e dalle attenzioni che ricevono dalla famiglia e dalle istituzioni emerge quanto un Paese creda nel futuro. Chi non è aperto alla vita, non ha speranza. Gli anziani sono la memoria e le radici: dalla cura con cui viene loro fatta compagnia si misura quanto un Paese rispetti se stesso. La vita ai suoi esordi, la vita verso il suo epilogo. La civiltà di un popolo si misura dalla sua capacità di servire la vita. I primi a essere chiamati in causa sono i genitori.

Lo sono al momento del concepimento dei loro figli: il dramma dell’aborto non sarà mai contenuto e sconfitto se non si promuove la responsabilità nella maternità e nella paternità.

Responsabilità significa considerare i figli non come cose, da mettere al mondo per gratificare i desideri dei genitori; ed è importante che, crescendo, siano incoraggiati a “spiccare il volo”, a divenire autonomi, grati ai genitori proprio per essere stati educati alla libertà e alla responsabilità, capaci di prendere in mano la propria vita. Questo significa servire la vita.

Purtroppo rimane forte la tendenza a servirsene. Accade quando viene rivendicato il “diritto a un figlio” a ogni costo, anche al prezzo di pesanti manipolazioni “eticamente” inaccettabili.

Un figlio non è un diritto, ma sempre e soltanto un dono. Come si può avere diritto “a una persona”? Un figlio si desidera e si accoglie, non è una cosa su cui esercitare una sorta di diritto di generazione e proprietà. Ne siamo convinti, pur sapendo quanto sia motivo di sofferenza la scoperta, da parte di una coppia, di non poter coronare la grande aspirazione di generare figli. Siamo vicini a coloro che si trovano in questa situazione, e li invitiamo a considerare, col tempo, altre possibili forme di maternità e paternità: l’incontro d’amore tra due genitori e un figlio, ad esempio, può avvenire anche mediante l’adozione e l’affidamento e c’è una paternità e una maternità che si possono realizzare in tante forme di donazione e servizio verso gli altri.

Servire la vita significa non metterla a repentaglio sul posto di lavoro e sulla strada e amarla anche quando è scomoda e dolorosa, perché una vita è sempre e comunque degna in quanto tale. Ciò vale anche per chi è gravemente ammalato, per chi è anziano o a poco a poco perde lucidità e capacità fisiche: nessuno può arrogarsi il diritto di decidere quando una vita non merita più di essere vissuta. Deve, invece, crescere la capacità di accoglienza da parte delle famiglie stesse. Stupisce, poi, che tante energie e tanto dibattito siano spesi sulla possibilità di sopprimere una vita afflitta dal dolore, e si parli e si faccia ben poco a riguardo delle cure palliative, vera soluzione rispettosa della dignità della persona, che ha diritto ad avviarsi alla morte senza soffrire e senza essere lasciata sola, amata come ai suoi inizi, aperta alla prospettiva della vita che non ha fine. Per questo diciamo grazie a tutti coloro che scelgono liberamente di servire la vita. Grazie ai genitori responsabili e altruisti, capaci di un amore non possessivo; ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose, agli educatori e agli insegnanti, ai tanti adulti - non ultimi i nonni - che collaborano con i genitori nella crescita dei figli; ai responsabili delle istituzioni, che comprendono la fondamentale missione dei genitori e, anziché abbandonarli a se stessi o addirittura mortificarli, li aiutano e li incoraggiano; a chi - ginecologo, ostetrica, infermiere - profonde il suo impegno per far nascere bambini; ai volontari che si prodigano per rimuovere le cause che indurrebbero le donne al terribile passo dell’aborto, contribuendo così alla nascita di bambini che forse, altrimenti, non vedrebbero la luce; alle famiglie che riescono a tenere con sé in casa gli anziani, alle persone di ogni nazionalità che li assistono con un supplemento di generosità e dedizione. Grazie: voi che servite la vita siete la parte seria e responsabile di un Paese che vuole rispettare la sua storia e credere nel futuro.”

Un po’ di storia e non solo

La “Giornata per la vita “ fa ormai parte della tradizione, si ripresenta infatti ogni anno con la prima domenica del mese di febbraio. Ma come è nata? Quali finalità si propone e quali effetti ha prodotto in trent ’anni ?

Attingiamo dal libro” Vita umana:copyrigth divino - La giornata per la Vita: analisi dei messaggi dei Vescovi italiani e degli Angelus di Giovanni Paolo II” di don Benito Giorgetta - Ellenici

Occorre andare agli anni settanta: il 1978 è l’anno di entrata in vigore della legge 194 sull’aborto, per fronteggiare l’emergente “cultura di morte” che essa contiene  la Chiesa, attraverso i propri pastori,   propone ed istituisce la “giornata per la vita” poichè possiede da sempre, come suo prezioso patrimonio, derivato dalla Rivelazione e dalla Tradizione, che la vita è un dono inviolabile e sacro, in quanto proveniente da Dio creatore e Padre.

Prima di questa istituzione, vari ed intensi erano stati gli interventi dei pastori italiani in difesa della vita.

Dal punto di vista sociale, sono anni travagliati  da vari avvenimenti, ideologie, aggressioni, sequestri. Sono gli “anni di piombo”, gli anni delle Brigate Rosse. Viene approvata la legge sul divorzio, per i  suoi propositori è un  nuovo passo verso la civiltà, un atto di libertà e l’approdo ad un legittimo traguardo. L’unità coniugale non è più segno e risorsa di stabilità. La famiglia riceve l’autorizzazione alla sua disgregazione. Si fa valere il diritto dei genitori dimenticando quello dei figli generati verso i quali si deve continuare ad avere il dovere dell’accompagnamento, della presenza stabile e continuativa. Vacillano due valori fondamentali, la vita e la famiglia.

La Giornata per la Vita viene ad essere collocata in questo contesto socio-culturale. Come risposta, i Vescovi, cercano di “provocare” la coscienza dei cristiani affidando e proponendo il dono della vita come bene da accogliere, custodire, difendere e promuovere.

Quasi tre decenni dopo l’Italia è cambiata, ma la legge 194 è sempre al suo posto, con fondamenta ancor più solide di allora (il mondo cattolico non è stato capace di respingere la legge 194 con la consultazione referendaria che fu indetta per il 17 – 18 maggio 1981. Il 68% degli italiani disse “No” all’abrogazione della legge.”

Al tema dell’aborto se ne sono aggiunti di nuovi: la fecondazione artificiale e l’eutanasia, la ricerca sperimentale sugli embrioni umani e la Ru486, la pillola del giorno dopo e la clonazione, e tanti  ritengono che quelle della bioetica siano le nuove frontiere del nostro tempo, un tempo in cui capacità tecniche e volontà umana incidono profondamente nelle fasi cruciali della nostra esistenza: il nascere e il morire.

In questi anni sempre forte è stata la voce della chiesa cattolica, culminata con l’enciclica Evangelium Vitae, scritta da Giovanni Paolo II nel 1995: il Papa denuncia la “cultura di morte” e sostiene la “cultura della vita”, invita a costituire il “popolo della vita” impegnato nelle attività di ogni giorno ad affermare con atti concreti il principio dell’uguale dignità di ogni essere umano dal concepimento alla morte naturale, per essere testimoni di un Dio che ama la vita perché l’ha creata e redenta. Sembra che si comprenda sempre più, anche in ambiente laico, che la difesa della vita non è una questione di fede e quindi non prerogativa dei credenti, ma di ogni uomo, poichè, con la sola ragione si comprende che essa ha un valore di unicità, irripetibilità e sacralità.

I temi di riflessione via via proposti in questi tre decenni rappresentano il  costante e progressivo impegno dei Vescovi per proporre il Vangelo della vita, e respingere ogni forma di attentato che ad essa si vuole infliggere: salvaguardare la dignità della persona umana prima di tutto. Essi sostengono che la verità che l’uomo di oggi deve seminare nei solchi della storia contemporanea e nella società civile è “Cristo risorto speranza del mondo”, una speranza che viene annunciata ogni volta che si accoglie una vita umana concepita, ogni volta che la si rispetta nella persona anziana e malata, ogni volta che si difende il debole, il povero, il carcerato, il drogato o la prostituta, l’extracomunitario, l’ignorante o il povero perché tutti apparteniamo alla stessa razza umana; affermano che la tecnica, la scienza, la ricerca   sono da incentivare e incrementare purché abbiano come intento quello di servire la vita umana e non mortificarla a motivo del successo, del primato e dell’affermazione.

Movimento per la vita e CAV

 La  solerte insistenza del Papa e dei vescovi sui temi legati alla vita ed il dibattito che da essi scaturisce, non bastano.

Il MPV, movimento per la vita,  si propone di promuovere la cultura della vita a tutti i livelli. Investe soprattutto al servizio delle fasi estreme dell’esistenza umana maggiormente indifese e a rischio: prima della nascita ed in prossimità della morte naturale. Si impegna in attività culturali di formazione, di educazione attraverso iniziative a carattere legislativo e sociale, seminari di studio, corsi di formazione e convegni scientifici, concorsi nelle scuole, dibattiti, conferenze e proiezioni, concerti e proposte varie. Da più di 20 anni lavora perchè la donna sia libera di accogliere il figlio che porta in grembo, cercando di sciogliere i vincoli economici, sociali e culturali che la ostacolano e offrendo solidarietà, aiuto concreto ed amicizia. 250 Centri di Aiuto alla Vita ( CAV), 260 Movimenti per la Vita locali e 80 Case di Accoglienza, costituiscono  la risposta concreta.

Cosa è il Centro di Aiuto alla Vita?

Il Centro di Aiuto alla Vita è un servizio di volontariato a favore della mamma che si trova in difficoltà a causa della sua gravidanza.

Chi si rivolge al CAV?

Le persone bisognose di aiuto possono essere: la ragazza non sposata che rimane incinta, magari senza alloggio e senza lavoro; la donna che é colpita da infermità e teme per la salute del figlio che deve nascere;  la donna che ha già altri figli e pensa di non farcela con una nuova gravidanza;  ogni donna, in sostanza, che ha paura del figlio, che non riesce ad accettarlo, che lo sente come un problema.

Chi c’è al CAV?

Al Centro Aiuto alla Vita c’è sempre una persona disponibile ad accogliere chi è in difficoltà e ad ascoltare e a capire i suoi problemi. E’ possibile trovare la comprensione e la condivisione di altre persone che hanno avuto e felicemente superato, esperienze di maternità difficili.  Al Centro di Via Conventino 8 di Bergamo prestano servizio volontario 30 operatrici ed è possibile, in caso di bisogno, consultare professionisti volontari in campo medico, legale, psicologico e pediatrico.

Riferimenti

Per un appuntamento o un consiglio occorre chiamare al numero 035 4598491 

Per informazioni più dettagliate consultare il sito www.cavbergamo.it

Clelia Tironi

 

Pag. 8-9-13

Abbiamo ricevuto l’incarico di scrivere su Papa Giovanni, ricorrendo, quest’anno, il 50. mo della sua elezione al Soglio Pontificio, avvenuta il 28 ottobre 1958. Abbiamo accettato con piacere, perché, io, il Papa Buono, l’ho conosciuto davvero! Poi mi viene il dubbio che, in Redazione, io sia l’unico che può averlo conosciuto a causa dell’età: la mia. Però l’ho proprio conosciuto, sei anni prima che diventasse papa. Ero un ragazzetto di diciassette anni e al mio paese, in Valle, si celebrò il Congresso Eucaristico, durato una settimana. In chiusura si svolse una processione alla quale parteciparono circa 20 mila persone. Il Don Tito, mio professore di religione a Bergamo, mi intravide tra la folla, e mi ordinò perentoriamente: “Tu devi portare il gagliardetto della F.U.C.I. (Studenti Universitari Cattolici)”. Sarei voluto svenire, ma non ce la feci. Mi trovai là, solo, in mezzo al viale, fra due ali di folla, col dito mignolo destro agganciato all’asta del gagliardetto color rosso amaranto (ed io più rosso di esso). Dietro di me, il Don con alcuni dirigenti universitari. Poco dopo seguivano una sfilza di vescovi e prelati. Reggeva l’Ostensorio monsignor Angelo Roncalli. Era, dicevano, il Nunzio Apostolico a Parigi. Nella Piazza Italia era installato un grande palco. Il futuro papa era là, imponente fra i prelati: ed io finii, anch’io, su quel palco a due passi dal Nunzio. Guardavo il profilo di quel Uomo: m’incuteva un poco di timore. Mi resi conto che, in fondo in fondo, era un uomo anche lui, come tanti uomini delle nostre plaghe, dalla faccia burbera, ma dal cuore tenero. Al mio paese aveva “una sorella di latte”, moglie del farmacista; dicono che l’andava, spesso, a trovare. La mamma di Angelo Roncalli l’aveva tenuta a balia.

Dopo i ricordi della premessa l’intervista all’Arcivescovo Mons Loris Capovilla, segretario di Papa Giovanni. Abita a Camaitino, a Sotto il Monte.

Il giorno 5 gennaio telefono. Mi risponde proprio lui, Monsignor Capovilla, che, gentilmente mi dà appuntamento per il 6 gennaio alle ore 10. Ed eccomi qui. Ho davanti a me l’esimio Prelato, alto, imponente, asciutto di parole ma gentile e squisito ospitante. Io mi sono fatto precedere non da biglietti da visita, ma dal nostro bollettino parrocchiale di Locate, Idee e Fatti. Pochi i convenevoli. C’è già pronta per me una busta contenente materiale, seppure in sintesi, al quale attingere, per conoscere la vita e l’anima del grande Papa bergamasco. Io chiedo qualche aneddoto. “Lei legga il materiale che le ho dato: c’è tutto quanto le può servire per scrivere su Papa Giovanni. Le ho messo anche alcune fotografie”. E, poi, parliamo d’altro. Mi chiede della Parrocchia di Locate. “E’ un’isola felice – dico io – dal punto di vista della partecipazione alla vita parrocchiale”..

Tra le altre cose parliamo anche dell’Islam. “Per trattare certi argomenti – afferma l’arcivescovo – bisogna conoscere il Corano. Tenga presente che quando preghiamo, noi e loro, preghiamo lo stesso Dio.”. Il colloquio è durato una buona mezz’ora. Mi congedo sollevato di cuore e di spirito. Non succede tutti i giorni di poter parlare con il Segretario di un Papa…. 

Avevamo chiesto a Monsignor Capovilla, durante il nostro colloquio:

Chi era e com’era Papa Giovanni?. La risposta è qui sul pieghevole che abbiamo trovato nella busta rilasciataci. “Rispondo ai pochi superstiti che ebbero consuetudine con lui e agli altri che lo conobbero tramite i familiari e i conterranei, ed anche a coloro che non si specchiarono nei suoi occhi limpidi e buoni, e non compresero quanto egli fosse abbandonato unicamente nelle mani della Provvidenza e non pretendesse di risolvere gli angosciosi drammi dell’umanità a colpi di bacchetta magica.” Nella Lettera ai familiari, quando aveva vent’anni, scriveva: “Non mi faccio prete per complimento, per fare quattrini, per trovare comodità, onori, piaceri, guai a me! Ma piuttosto e solo per fare del bene in qualunque modo poi alla povera gente”. Nel 1904 a Roma fu ordinato sacerdote. 54 anni  dopo, il 28 ottobre 1958 rispose al Decano del Conclave: “Chino il mio capo e le spalle al giogo della Croce. Mi chiamerò Giovanni, nome dolce, soave, solenne”  In un’altra pubblicazione lo stesso Monsignore scrive: Allo sguardo limpido di Papa Giovanni non sfuggivano ombre e difetti. Non si sentiva condizionato da chicchessia. Non mitizzava nessuno. Poneva fiducia assoluta in Dio e mai in altri”. Nel  1957, (patriarca a Venezia dal ’54) annota il seguente pensiero  (da Il Giornale dell’anima): “Nell’esame del mezzodì, darò una breve rivista al mio cuore, per vedere se conosceva la pace interiore, fondata sulla base della santa volontà di Dio, e per ristabilirla se mai si fosse alterata: Gesù mio, misericordia”. Sempre dal Giornale dell’anima, rileviamo questo pensiero: “L’esperienza di questi tre anni del mio servizio pontificale, tremens et timens, accettai in pura obbedienza alla volontà del Signore dalla voce del Sacro Collegio dei cardinali in conclave, è testimonio e motivo commovente e perenne della fedeltà del mio spirito a questa massima: assoluto abbandono in Dio, quanto al presente; e perfetta tranquillità, circa il futuro”.

Angelo Roncalli, fu sempre anche pienamente uomo, compresi pure i difetti, pure minimi, della natura umana. Schiettezza, anzitutto, se necessaria. In occasione degli Esercizi spirituali a Possano, tenutisi presso i Padri Cavansi, dal 22 al 26 settembre 1958, prima del conclave, annota: “Qui in alto, sito amenissimo sulle falde del Grappa, (...) per compiacere mi occorre parlare anch’io ai convenuti. No, così non va. Negli esercizi io debbo essere solitario, lontano da affari di curia, ed occupato solo, in silenzio e bene, di me stesso e dei miei interessi spirituali.

Quando Angelo Roncalli, alle soglie del papato, e da vescovo, ed ancora prima da sacerdote, se gli fu possibile soggiornò, nella serena dimora di Camaitino per meditare. E, meditazione, sono tutti gli scritti e i pensieri di questo Papa, specialmente se leggiamo Il Giornale dell’anima, raccolti da Monsignor Loris Capovilla nel 1964. Lo stesso Giovanni XXIII scrisse in calce alle sue note: “Capisco bene che di un papa si voglia conoscere tutto, e tutto possa servire alla storia. La mia anima è in questi fogli più che in qualsiasi altro mio scritto”.

Noi, però, vogliamo concludere con la frase che tutti conosciamo a memoria, e che il Papa Buono pronunciò dalla finestra vaticana  già sofferente: “Tornando a casa, troverete i bambini:  fate una carezza ai vostri bambini e dite che è la carezza del Papa”.

  Augusto Volonterio

Un grosso ringraziamento a Mons. Capovilla per la squisita accoglienza riservatami. Ringrazio pure Mons. Giulio Gabanelli di Zogno e il giornalista Sergio Tiraboschi de L’Eco di Bergamo per la loro consulenza.

 

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Siamo alla quinta puntata dell’indagine  ‘Cristiani - mondo del lavoro’. Abbiamo posto a bancari, commerciati, insegnanti, medici e paramedici  questa domanda: “In una società altamente laicizzata ha senso ancora comportarsi secondo una morale cattolica sul luogo di lavoro? O forse è più facile identificare ogni testimonianza della fede come una nuova forma di missionarietà?” ovviamente declinata nelle specifiche professioni.

Dedichiamo in questo numero un particolare risalto al mondo industriale, nelle varie componenti: quadri, impiegati e operai.  Abbiamo sentito Beppe, Ruben e Giuseppe dai quali abbiamo raccolto alcune risposte.

1)         Nel vostro ambiente quale percentuale di colleghi ritenete sia praticante?

B.P. Posso dire,con piacere, che la percentuale è buona. Ritengo che ciò sia dovuto al fatto che la maggior parte dei miei colleghi è genitore e sente la responsabilità di trasmettere una educazione di valori ai propri figli.

P.R. 30%

G.P. L’azienda nella quale sono occupato riscontro che la percentuale è abbastanza alta fra le persone con più di cinquant’anni, mentre scende drasticamente fra le persone con meno di cinquant’anni.

2) Che tipo di attività svolge l’azienda presso la quale siete occupati?

B.P. Lavorazioni meccaniche per conto terzi.

R.P. Produttori scatole sterzo in alluminio pressofuso per automobili.

G.P. L’attività che svolge l’azienda presso la quale sono occupato è quella di progettare e produrre torni plurimandrino e torni a fantina mobile a C.N.

3) Tra colleghi si parla qualche volta di problemi legati alla fede o si vive la professione nell’assoluta laicità?

B.P. Talvolta capita di affrontare il discorso della fede ed è sorprendente scoprire in chi ci lavora accanto le stesse debolezze, le stesse difficoltà, le stesse perplessità che ci portiamo dentro: questo ci accomuna facendoci sentire più vicini fra noi. 

R.P. Le maggiori discussioni sono legati al lavoro, alla politica ai pettegolezzi e in coda alla fede. Si può dire che i problemi legati alla fede non vengono quasi mai discussi

G.P. Tra colleghi si parla raramente di problemi legati alla fede solitamente le persone ne parlano quando su tutti i giornali riportano una notizia di rilievo .

Generalmente durante la pausa caffè si preferisce parlare di politica, di un fatto di cronaca, dell’andamento aziendale oppure del proprio hobby .

4) I ritmi di lavoro, sempre più stretti, permettono di agire con lo spirito cristiano della solidarietà e della generosità?

B.P. Anche se i ritmi di lavoro sono spesso frenetici non mancano le occasioni per comportarsi generosamente: con i colleghi condivido buona parte della giornata ed è naturale condividere anche i problemi o le difficoltà, o darsi una mano dov’è necessario. Per quanto riguarda i gesti di solidarietà la ditta offre ai propri dipendenti l’opportunità per gesti concreti a favore di ONLUS:attraverso trattenute volontarie in busta paga,quali ad esempio la rinuncia di permessi retribuiti, o versamenti liberi in occasione di cene aziendali o altre manifestazioni interne.

R.P. Mai

G.P. Io sostengo che al giorno d’oggi non sono tanto i ritmi di lavoro sempre più stretti che non ci permettono di agire secondo lo spirito cristiano della solidarietà e generosità ma piuttosto siamo prigionieri del forte egoismo che c’è fra la maggioranza delle persone .

5) Vi è capitato di abbandonare per qualche minuto il lavoro per affrontare temi che coinvolgono la religione cattolica?

B.P. Abbandonare,nel vero senso della parola, il lavoro, non mi è mai successo. L’unico evento che, in tal senso, ricordo è la sospensione lavorativa per 5 minuti, promossa dall’azienda, in occasione della morte di Papa Giovanni Paolo II, per dar modo di raccoglierci in un momento di preghiera collettiva.

R.P. Mai

G.P. Come ho riportato prima se i giornali mettono una notizia importante allora può capitare che se ne parli altrimenti le persone preferiscono parlare d’altro .

 6) In quale momento sentite di essere sorretti da un’anima cristiana? C’è qualche episodio che vi ha fatto sentire orgogliosi di essere lavoratori cristiani?

B.P. In tutti quei momenti in cui offro attenzione, disponibilità, aiuto ai colleghi e condivido con loro gioie e grattacapi. Non ricordo episodi particolari.

G.P. Mi sento sorretto da un’anima cristiana principalmente quando le vicende o le situazioni aziendali non vanno nella direzione che mi aspettavo ed è proprio in quei momenti che la mia coscienza mi suggerisce di guardare avanti continuando a fare bene il mio dovere .

In questo momento non mi vengono in mente particolari episodi da raccontare ma posso affermare di sentirmi orgoglioso di essere un lavoratore cristiano perché con i colleghi sono sempre disponibile ogni qual volta cercano il mio aiuto e soprattutto non ho mai parlato male di un collega per avanzare professionalmente .

7) Ritenete che l’attuale organizzazione del lavoro permetta di far emergere il respiro del Cristiano?

B.P. Si potrebbe certamente migliorare: sarebbe bello, per esempio, se in occasioni particolari, come il venerdì Santo, come il S. Natale,ci si potesse fermare per qualche minuto di raccoglimento personale o di preghiera comunitaria o partecipare con i colleghi alla S. Messa.

G.P. L’attuale organizzazione del lavoro , dalla piccola azienda alla grande industria, guarda solo ed esclusivamente al profitto se la persona si preoccupa e pensa solo al bene dell’azienda senza farsi carico del bene degli operai che ci lavorano diventa importante e con tutta probabilità farà carriera.

La persona che fa il proprio dovere e mette al centro della sua attività professionale il bene e la dignità della persona difficilmente verrà valorizzata .

8) Quali sono i rapporti interreligiosi con lavoratori di altre dottrine (se ce ne sono)?

B.P. Nella nostra azienda ci sono alcuni lavoratori di fede mussulmana. Per la loro mensa è prevista la sostituzione della carne di maiale con altri alimenti e durante il Ramadam si permette loro di spostare dopo il tramonto gli orari della mensa e di eventuali vaccinazioni. Essi vengono rispettati nell’esercizio del loro culto, per esempio hanno la possibilità di stendere un tappeto fra i macchinari per inginocchiarsi e pregare. Nessuno li disturba.

R.P. Nel ns reparto abbiamo un lavoratore non cristiano, e posso dire che i rapporti sono ottimi.

Con questo collega parliamo spesso di problemi legati a religioni diverse, ma è un reciproco rispetto uno con l’altro, cose che invece non succede affatto con altri colleghi di religione diversa.

G.P.In azienda nella quale opero non conosco persone di altre religioni .

 

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Mercoledì 2 gennaio, ore 13.30: scendono già i primi fiocchi di neve. E sette irriducibili aspettano il pullman che li porterà per quattro giorni a Vallo Torinese, un piccolo paesino di 750 abitanti in provincia di Torino. Ma non ci sono solo loro: anche ragazzi di Pedrengo e altri venuti addirittura da Roma, riuniti per vivere un’esperienza che lascerà il segno nei loro cuori.

Perché Vallo sembra a un primo sguardo un piccolo paesino come tanti altri, quasi insignificante, ma già dai primi attimi capiamo che non è così: l’accoglienza generosa e festosa che ci viene riservata non appena entriamo nell’oratorio del paese è di quelle che ti fanno sentire come a casa, non un estraneo venuto da chissà dove, ma uno di famiglia, un amico caro da accogliere a braccia aperte.

Ma da dove deriva tutto questo? Dobbiamo risalire al 1967 quando un gruppo di vallesi era tornato da un viaggio a Roma con il sogno di costruire una comunità che vivesse il messaggio del Vangelo nella sua concretezza nella vita quotidiana. E il progetto si estese presto a tutto il paese, dapprima con l’abbandono di tutti i litigi e i rancori che esistevano come in qualsiasi altro paesino, poi con la lettura nelle case della Parola di vita, occasione di confrontarsi e trovare una risposta cristiana ai problemi di ogni giorno e interrogarsi sulla propria fede, e quindi con la comunione dei beni: proprio come le antiche comunità cristiane, le famiglie di Vallo cominciarono a tenere per sé soltanto il necessario e condividere tutto il resto con la comunità. L’amore scambievole diventò l’impegno quotidiano di ognuno, per vivere con interezza l’insegnamento che Gesù ci ha lasciato.

E noi abbiamo percepito immediatamente di essere capitati in un ambiente speciale: famiglie pronte ad accoglierci nelle loro case, chi uno, che due, chi addirittura cinque ragazzi, pronte a far qualsiasi cosa ci potesse far sentire a nostro agio, il tutto sempre con il sorriso sulle labbra: troppo bello per essere vero, ci dicevamo. E invece no, era proprio un affetto sincero quello che ci veniva donato: racconta ad esempio Francesca: «La sera, prima di dormire, entra nella stanza la mamma della famiglia che mi ospitava: va dalle sue due figlie e rimbocca loro le coperte augurando la buonanotte, poi, con mio grande stupore, viene verso il mio letto  e rimbocca pure a me le coperte dandomi un bacio. In quel momento non c’era differenza tra me e le figlie: era come se fossi una di loro.» E come questo ce ne sarebbero tanti di esempi da citare, tutti piccoli gesti, ma compiuti sempre con amore e con gioia. E proprio questo era sconvolgente: mai un viso cupo o arrabbiato, mai un segno di stanchezza o di insofferenza nel servire incessantemente dei ragazzi che non avevano mai visto prima, e forse non avrebbero più visto dopo quei giorni; invece sempre un sorriso sincero e una disponibilità gioiosa verso tutti.

E i giovani vallesi ci hanno portato il ricordo di una ragazza, Maria Orsola, scomparsa nel 1970 a soli sedici anni: una ragazza semplice, come tante nel paese, che frequentava il liceo scientifico e amava suonare la chitarra, cantare, fare sport. Ciò che la rendeva speciale era una fede profonda, vissuta con intensità: nel suo diario scriveva: “Grazie, grazie Signore, per la vita meravigliosa che mi hai donato, per la gioia, per i dolori, per tutto solo e sempre: grazie”,“Sarei disposta a dare la vita perché i giovani capiscano quanto è bello amare Dio” e “Questo è il mio programma di vita: Vedere Dio negli altri, Portare Dio agli altri, Fare la volontà di Dio”. Una giovane che a sedici anni aveva già compreso quale fosse il suo scopo nella vita: dedicarsi con tutto il suo cuore a Dio e al prossimo, vedendo in quest’ultimo Gesù da servire e da amare. Ora per Maria Orsola è in corso il processo di beatificazione e, commenta Fabio: «È incredibile scoprire che due cose grandi come la santità e l’amore si possono realizzare nei piccoli gesti quotidiani: Maria Orsola ci dice che non c’è bisogno di gesti eclatanti per diventare santi, ma ognuno può esserlo vivendo con amore le piccole cose della giornata».

Un giorno della nostra permanenza l’abbiamo poi dedicato alla visita della Piccola Casa del Cottolengo, luogo in cui vengono accolte e accudite persone con disabilità fisiche e mentali, ma non solo: anche anziani malati che non hanno nessuno che li aiuti. L’ordine dei preti, delle suore e dei frati cottolenghini, nonché molti laici si dedicano a questi malati, giorno e notte, e proprio una suora ci ha lasciato questa testimonianza: «Ancora prima di essere malati, sono persone. L’essere invalido dipende soltanto dalla nostra concezione di invalidità: io ad esempio non sono capace di usare il computer, e quindi sono un’invalida dell’informatica. La dignità di una persona non si misura con le cose che è o non è in grado di fare, ma dal fatto che è un uomo o una donna creata e amata da Dio. Il nostro compito è di proteggere queste persone, di farle sentire amate e con lo stesso valore di tutti quelli che vengono considerati “normali”». E ancora una volta ci stupivamo del volto sereno di tutti coloro che incontravamo, nonostante fossimo in un luogo caratterizzato dal dolore e dalla sofferenza. Allora, ci dicevamo, è proprio l’amare gli altri, il dedicare la propria vita al servizio degli altri che ci porta a essere felici. Chissà che non sia possibile portare un po’ d’amore anche nel piccolo, nelle nostre case, per cominciare a lasciare il mondo un po’ migliore di come l’abbiamo trovato.

Giorgio

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Cara redazione, prendiamo carta e penna per raccontarvi l’ormai tradizionale pellegrinaggio a Roma, rivolto alle giovani coppie di sposi che si sono unite in matrimonio nel corso dell’anno appena trascorso.

Per tre giorni (dall’8 al 10 gennaio) la comitiva guidata dal  Don Giulio ha percorso in lungo e in largo le vie della città eterna.

Momento centrale dell’intero viaggio è stato sicuramente l’incontro con il Santo Padre nel corso dell’udienza del mercoledì all’interno della sala Nervi.

Essendo direttamente coinvolti diventa difficile mettere per iscritto tutte le sensazioni e le emozioni avvertite, si corre il rischio di essere fin troppo lunghi e doviziosi nei particolari.  Ci proviamo ugualmente nella speranza di riuscire a rimandare un po’ dell’affetto e dell’amore ricevuto nel corso dell’incontro con il Papa.

Una lunga, interminabile attesa, agitati come e forse più del giorno del nostro  matrimonio; ci sediamo nei posti assegnatici e proviamo a “ripassare” quel breve discorso che la sera prima ci siamo in parte preparati.

D’improvviso ecco comparire le guardie svizzere e dopo pochi minuti, preceduto dalla musica dell’organo che si trova all’interno dell’auditorium, arriva il Santo Padre.

Benedetto XVI saluta tutti i presenti, mentre si avvia verso la Sua postazione, nella sala è tutto un alternarsi di applausi e di cori d’affetto nei Suoi confronti.

Il tema dell’incontro è la vita di S. Agostino, ma se dobbiamo essere sinceri la nostra attenzione è maggiormente rivolta a quello che ci attende al termine dell’udienza.

L’ora trascorre velocemente, poi terminata la parte istituzionale, il Santo Padre scende a salutare le prime file. Noi siamo dalla parte opposta rispetto al lato da cui inizia i saluti il Papa, abbiamo il tempo per vedere le reazioni delle altre coppie di sposi. Qualcuno scoppia in lacrime, qualcuno rimane lì con lo sguardo incredulo, qualcun altro rimane senza parole, poi finalmente tocca a noi.

L’emozione al pari dell’agitazione è ormai altissima i discorsi preparati nella mente spariscono non appena siamo davanti al Santo Padre e inizialmente le parole ci escono a fatica. Non entriamo nei dettagli di quanto ci siamo detti, vogliamo però ricordare il sorriso con cui il Papa ci ha accolto che ci ha aiutato a superare l’iniziale imbarazzo,lo sguardo attento alle nostre parole e la grande disponibilità mostrataci, del tutto simile a quella che ha ogni buon padre con i propri figli. Sembra incredibile ma nei brevi momenti che abbiamo avuto modo di parlare c’è parso che nell’aula non ci fosse nessun altro all’infuori di noi.

Al momento di salutarci Benedetto XVI ci ha chiesto di portare il Suo personale saluto alla ns. comunità e approfittiamo quindi di questo articolo per estenderlo a tutti quanti.

Prima e dopo questo incontro le nostre giornate romane si sono spese in una serie di tour presso i più noti monumenti della città.

Purtroppo per noi il tempo è trascorso velocemente. La bellezza di Roma, l’ottima compagnia (della quale faceva parte anche un gruppo di coppie proveniente da Bratto con il loro Parroco Don Paolo), lo straordinario incontro con Il Santo Padre, resteranno per noi dei ricordi indimenticabili e vogliamo terminare con una frase proprio del Papa che è un invito anche per tutta la nostra Comunità:

“Non abbiate paura di Cristo! Egli non toglie nulla e dona tutto. Chi si dona a Lui riceve il centuplo”.

            Paolo e Cinzia

 

 

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Gentile Fabrizio e Potenza Sonia initi in matrimonio il 19 gennaio 2008   alla presenza dei testimoni Cattaneo Thomas,   Di Iionardo Giuseppe, Marinelli Alberto e Monti Elena.

 

Battesimi

            Borsatti Caterina nata il 18 settembre 2007 battezzata il 3 gennaio 2008

Salvi Beatrice nata il 10settembre 2007 e battezzata il 27 gennaio 2008

Callioni Aurora nata il 28 giugno 2007 e battezzata il 20 gennaio 2008

            Daminelli Chiara nata il 16 ottobre 2007 e battezzata il 20 gennaio 2008

            Pirovano Sebastiano nato il 29 ottobre 2007 e battezzato il 20 gennaio 2008

            Cattaneo Chiara nata il 9 ottobre 2007 e battezzata il 20 gennaio 2008

            Madona Denis  nato il 1 ottobre 2007 e battezzato il 20 gennaio ’08

            Madona Thomas  nato il 1 ottobre 2007 e battezzato il 20 gennaio 2008

Viganò Matteo nato il 5 settembre  2007 e battezzato il 27 gennaio ’08

            Beretta Elisa nata il 24 ottobre 2007 e battezzata il 27 gennaio ’08

Bonomi Gabriele nato il 22 ottobre  2007 e battezzato il 27 gennaio 2008

 

 

 

 

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Ne abbiamo sentito parlare per tre anni. Cosa fare adesso? Non certo prendere il volume che raccoglie le costituzioni sinodali e metterlo in bella vista in uno scaffale, così ha detto il Vescovo nell’incontro del 12 dicembre 2007 ai Consigli Pastorali Parrocchiali del nostro Vicariato riuniti in seduta straordinaria nella Parrocchia di Ponte S. Pietro. Mons Roberto Amadei ha convocato le 23 parrocchie del vicariato per la solenne consegna delle costituzioni del 37° Sinodo della Chiesa di Bergamo.

La celebrazione è iniziata con il saluto del vicario locale al Vescovo e ai partecipanti. Don Giancarlo ha manifestato al Vescovo, la fatica del vicariato a vivere una pastorale d’insieme. Ha poi chiesto consigli su come fare per attuare quanto prevede il Sinodo. Il Vescovo commentando la Parola (Atti 15,1-31 e Matteo 28,16-20) ha precisato che ogni comunità ha in affido il Sinodo e la sua realizzazione, ogni cristiano deve dire a se stesso “dipende da me”. Bisogna armarsi di buona volontà e disporci ad accogliere questo Sinodo docili all’obbedienza della fede; pronti all’azione pastorale, generosi nel sacrificio. Se il Vangelo non è uno dei tanti messaggi, e Gesù non è uno dei tanti personaggi, se crediamo che la Chiesa è sempre alimentata dallo Spirito Santo, la realizzazione è nelle nostre mani. Essere cristiani è un grande dono, un dono gratuito, credere che Gesù è Dio con noi, da il senso della vita, e apre l’orizzonte stupendo della vita che non finisce con la morte, ma nella luce della vita eterna. La fede non va tenuta per noi. Se Gesù è il tesoro per me, devo comunicarlo e rivelarlo agli altri, comunicare Gesù è arricchire l’umanità. Nel lavoro, in famiglia, la comunità nel suo insieme deve essere segno del Signore, ognuno di noi è il volto della parrocchia, la dove lui si trova.

Ricordiamo che il tema specifico del Sinodo era la parrocchia oggi, di fronte ai problemi della realtà attuale. Perché è qui, e non nel mondo di un tempo passato, che la parrocchia deve darsi un volto nuovo, per offrire alla società di oggi una risposta adeguata: la presenza della Chiesa nell’oggi dell’umanità. Occorre coraggio, pazienza, tenacia e fiducia nel tentare di compiere i passi  proposti dal Sinodo. E non è solo compito dei preti, ma l’attuarsi del Sinodo è affidato a tutti, in particolare a coloro che formano la comunità eucaristica. L’efficacia del Sinodo è pure legata alla nostra conversione personale, al nostro diventare più conformi al vangelo.

Venendo ai contenuti del Sinodo ha spiegato che quest’anno siamo invitati a riflettere sul primo capitolo “La parrocchia e il suo volto che cambia”: che descrive i tratti di questo volto rinnovato.  Di queste caratteristiche  ha ricordato le due principali: la missionarietà e la comunione”.

L’amore è creare relazioni evangeliche. Paolo VI affermava che “l’uomo non guarda le parole, ma le azioni. Se non interessa la parrocchia è segno che non interessa Gesù Cristo. Se non ci si ascolta, non ci si accetta, non ascolteremo neanche il Signore. Bisogna interrogarsi sempre “Cosa mi dice il Signore?” La parrocchia autosufficiente è finita. La domanda di fondo è dove vogliamo arrivare?

I punti saldi sono: parrocchia comunione: dove tutti si sentono corresponsabili anche se è difficile; parrocchia missionaria: dove siamo mandati a tutti, non si può essere tranquilli se tanti giovani e battezzati non si vedono più.

Missionarietà: la parrocchia esiste per annunciare a tutti Gesù Crocifisso e Risorto, per comunicare al mondo un mistero di amore. Oggi questo compito di invitare tutte le persone, -  anche quelle che se ne stanno fuori - a conoscere il Signore, e a vivere la fede, è particolarmente difficile, perciò deve stare al primo posto. Quindi la missionarietà, come annuncio, testimonianza, capacità di accoglienza e di ascolto, è una delle due principali linee di fondo della parrocchia dal nuovo volto.

L’altra linea essenziale è la comunione. Il mistero di Dio è visibile soprattutto nella carità che crea comunione tra i membri della parrocchia, con la società e con ogni persona. Una comunione che s’impara e si accoglie nell’Eucaristia, presenza piena del Crocifisso Risorto. Oggi in particolare è necessario insistere sull’essere comunità, perché si rivela una crescente difficoltà nel comprendere il ruolo vero della comunità nell’esperienza religiosa delle persone. Occorre rinnovare la fiducia negli organismi di partecipazione, la collaborazione tra i diversi gruppi, in uno stile comunionale.

La liturgia domenicale è uno degli impegni più grandi, va curata in modo particolare. Gli altri devono udire quel che abbiamo vissuto la domenica quando ci incontriamo. La comunione fra le parrocchie è fondamentale, non lasciamoci impaurire, ne scoraggiare, la buona volontà dipende da noi, Dio ci assicura “Io sarò sempre con voi”.Al termine il Vescovo ha consegnato le costituzioni sinodali a un rappresentante di ogni parrocchia del vicariato.

Chi desidera rileggere un po’ di “storia-cronaca” del Sinodo può consultare i Bollettini Parrocchiali n. 29 novembre 2004 – n. 30 dicembre 2004 – n. 31 febbraio 2005 – n. 33 maggio 2005 - n. 35 novembre 2005 – n. 38 aprile 2006 – n. 39 maggio 2006  - n. 40 settembre 2006 –  n. 41 novembre 2006 – n. 42 dicembre 2006 - n. 43 febbraio 2007.

Vanotti Vittorio

 

Il numero 48 del dicembre 2007

Natale è un Mistero – e cioè: non è una fiaba – Gesù nasce anche oggi. È proprio così,e mi piacerebbe capire perché non si tratta solo di una bella fiaba ma di una realtà. Gesù nasce in ogni persona che soffre o che ama e si fa vicino a chi è debole. È così? Ma perché?

La cosa più saggia è rivolgere le domande a Maria. È lei che ha generato Gesù; sa quindi come si fa a generarlo davvero e può insegnare anche a noi a generarlo oggi. Giro dunque a Lei le domande e mi sento rispondere con il racconto del vangelo di Luca: «Nel sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria (…)» (Lc 1, 26-27).

Con tutto il famoso racconto che segue. All’origine sta un messaggio, una parola che Dio manda a Maria attraverso il messaggero, l’angelo. La parola che l’angelo porta non è originale; è semplicemente la sintesi delle profezie che sono scritte nell’Antico Testamento e che hanno accompagnato e nutrito per secoli la speranza di Israele. A Maria l’angelo dice che quelle parole debbono compiersi in Lei, e spiega che questo avverrà per la potenza dello Spirito Santo. Maria deve credere alla verità di quelle parole e deve affidarsi all’azione dello Spirito di Dio.

Se Maria avesse dei progetti suoi e intendesse realizzarli, saprebbe probabilmente fare cose egregie; ma non nascerebbe il Figlio di Dio, e la nascita non sarebbe il Natale.

Se Maria volesse realizzare la promessa di Dio con le sue sole forze o con le forze che il Mondo può mettere a sua disposizione – il denaro, il potere, la forza… –, il risultato sarebbe solo una grandezza mondana, non il Figlio che realizza le promesse di Dio.

Per diventare la madre di Gesù – cioè del Figlio di Dio, del Verbo di Dio fatto carne – a Maria è stato necessario l’ascolto della parola di Dio e la disponibilità all’azione dello Spirito di Dio. Così Maria ha concepito Gesù; e solo così il Natale di Gesù ha significato per noi. Prende carne in Maria la parola di Dio che contiene le promesse di Dio per l’umanità e per ogni uomo.

Credo che Cristo nasca ancora nella storia del mondo, e nello stesso modo. Nasce dove una creatura imita Maria: come Lei ascolta la parola di Dio e come Lei si offre all’azione dello Spirito Santo. Se questo avviene, allora quello che nasce non è un prodotto dell’intelligenza e dell’abilità dell’uomo, ma è, nel mondo, la presenza della Parola di Dio. Esempio. È scritto: «Beati i miti perché erediteranno la terra». Ascolta questa Parola, poi falla diventare immagini, propositi, desideri; poi prega il Signore che ti imprima quella Parola nel centro più profondo della tua libertà; poi lasciati guidare da quella Parola in modo che le tue parole diventino miti – o almeno, che qualche tua parola diventi mite –, che i tuoi comportamenti diventino miti – o almeno, che qualche tuo comportamento diventi mite, non prepotente –. Se farai questo, la parola di Dio prenderà carne attraverso di te. Dirai parole umane e farai gesti umani, ma quelle parole e quei gesti avranno la forma della parola di Dio, cioè di Gesù.

Non è lo stesso Natale di Betlemme, s’intende; ma è un Natale vero. In questo modo la parola di Dio entra davvero nella storia e la cambia, la rende più conforme al disegno di Dio, ai suoi desideri.

È per questo che ha un senso davvero profondo l’augurio tradizionale: Buon Natale! A voi e ai vostri cari …

Don Giulio

 

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Ecco il Natale

Martedì 18 dicembre

Inizio novena S. Natale

Ore 8.30 e 20.30 . Messe con omelia

Ore 17.30: novena per i ragazzi primaria e secondaria primo grado.

Mercoledì 19 dicembre

Ore 8.30 e 20.30 . Messe con omelia

Ore 16.30: confessioni ragazzi primaria e secondaria. Cioccolata e ore 17.30 novena.

Giovedì 20 dicembre

Ore 8.30 e 20.30 . Messe con omelia

Ore 17.30: novena per i ragazzi primaria e secondaria primo grado.

Venerdì 21 dicembre

 Ore 8.30 e 20.30 . Messe con omelia

Ore 17.30: novena per i ragazzi primaria e secondaria primo grado.

Sabato 22 dicembre

Ore 8.30 e 17.30 . Messe con omelia

Ore 15.00: auguri dei bambini della scuola presso l’Oratorio.

Domenica 24 dicembre

Ore 8.00, 9.30, 11.00 e 17.30 S. Messe con Benedizione dei Gesù Bambini.

Ore 15.30: Concerto di Natale della Cappella Polifonica di Locate

Lunedì 24 dicembre

Ore 17.30 Santa Messa prefestiva

Ss. Messe di Natale:

ore 22.00 preceduta dalla veglia di preghiera alle ore 21.30;

ore 24.00 preceduta dalla veglia di preghiera alle ore 23.30.

Martedì 25 dicembre

Ss. Messe di Natale ore 8.00,  9.30, 11.00  e 17.30.

Mercoledì 26 dicembre, Santo Stefano

Ss. Messe ore 8.00,  9.30, 11.00  e 17.30.

 

 

In calendario

Lunedì 31 dicembre:

Messe in orario festivo. Ore 17.00: adorazione di ringraziamento con il canto del Te Deum. Ore 17.30 Santa Messa. In serata festa in oratorio con cenone.

Martedì 1 gennaio, Maria Ss. Madre di Dio

Sante Messe ore 8.00, 9.30, 11.00 e 17.30.

Domenica 6 gennaio, Epifania di Nostro Signore Gesù Cristo

Sante Messe ore 8.00, 9.30, 11.00 e 17.30; ore 15.00 benedizione dei bambini battezzati nel 2007.

Benedizioni autoveicoli

Sabato 19  e domenica 20  gennaio,  dopo le sante messe: rito di benedizione delle automobili, animali, bici, moto…

Confraternita

Sabato 27  gennaio ritiro dei confratelli del ss. Sacramento a Botta di Sedrina.

Presentazione al tempio

Sabato 2 febbraio:  Ore 8.30 e 17.30 Sante Messe.

Festa della vita e San Biagio

Domenica 3 febbraio, ore 11.00: celebrazione con i bambini della scuola materna.

Al termine di tutte le sante messe benedizione della gola per intercessione di San Biagio.

Carnevale

Domenica 3 febbraio, nel pomeriggio, festa di Carnevale in Oratorio.

Ritiro Cresima

Lunedì 4 e martedì 5 febbraio ritiro a Rota Imagna per i ragazzi che riceveranno la Cresima.

 

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Natale è anche riconoscenza

Vorrei ringraziare in particolare i sagristi, gli organisti , le persone che puliscono la chiesa, le aule e e il bar dell’oratorio, i custodi e lavano la biancheria della sagrestia, i numerosissimi volontari e collaboratori (gruppo ravioli, pensionati...) che gratuitamente svolgono il loro servizio.

 

 

pag.4.5

La nascita e la crescita di un figlio porta sempre tanta gioia, ma anche tanti problemi e preoccupazioni, che la giovane famiglia si trova ad affrontare spesso in modo ansioso, dovuto al delicato compito educativo che la investe insieme a mille nuove esigenze ed impegni.

Tante volte la coppia, per evitare di chiudersi in sé stessa, cerca di mantenere rapporti di amicizia con altre giovani famiglie, per condividere momenti di festa, per dialogare riguardo agli impegni educativi dei figli.

E già, questo modo di stare insieme è giusto, valido per il benessere della coppia e della famiglia, ma non sempre ciò basta soprattutto di fronte alle grandi domande della vita: qual è il nostro compito come genitori? Quali valori trasmettere a nostro figlio? Come accompagnarlo nelle tappe della sua esistenza? Come aiutarlo a diventare una persona autentica? Come guidarlo nel cammino di fede?

Mai come ora le parrocchie si sono attivate per far risuonare la Parola di Dio nelle case, negli ambienti di vita e di lavoro, per sostenere il vero cristiano che è chiamato ad esprimere e proporre l’amore di Gesù Cristo con semplicità negli incontri quotidiani, a trovare il modo di comunicarlo a chi gli sta vicino e a condividere le esperienze di servizio e di speranza con gli altri.

La nuova pastorale della Chiesa non si limita, oggi, ad accogliere la gente che viene in parrocchia

e le famiglie che chiedono i sacramenti, ma prepara per esse percorsi di fede che ne sostengano le scelte concrete e fondamentali, infondendo un po’ di speranza in più, nella certezza che “cristiani si diventa!”

Nella nostra parrocchia è in atto un corso per i genitori dei bambini delle prime, seconde, terze classi della scuola primaria che rispettivamente si preparano all’iniziazione cristiana, al sacramento del Perdono e alla Prima Comunione e dei ragazzi di prima media che riceveranno la Cresima.

I primi due incontri, presenti don Giuseppe Belotti e don Carlo Tarantini, hanno affrontato queste tematiche: “I no che aiutano a crescere “ e “L’autorevolezza dei genitori”.

Gli altri due incontri successivi offriranno ai genitori la possibilità di chiarire a se stessi e reciprocamente, con verità e coraggio, le proprie intime convinzioni sulla fede e sulla vita cristiana, quelle che si manifestano con le opere nella vita quotidiana di famiglia prima che con le parole.

L’educazione alla vita cristiana dei figli, infatti, dovrà far leva su queste convinzioni testimoniate nel vissuto delle scelte di ogni giorno, perché la casa possa diventare un ambiente dove si respira l’amore e la presenza di Dio, nell’amore dei genitori e nel loro esempio.

Terminiamo con le parole del papa: “Ciò di cui abbiamo bisogno in questo momento della storia, sono uomini e donne che, attraverso una fede illuminata e vissuta, rendono Dio credibile in questo mondo. Abbiamo bisogno di papà e mamme il cui intelletto sia illuminato dalla luce di Dio e a cui Dio apra il cuore, in modo che il loro intelletto e il loro amore possa aprire il cuore dei figli.

Alcune coppie hanno espresso le loro considerazioni su questi incontri di formazione, consapevoli della necessità di crescere insieme nell’ascolto della Parola e di responsabilizzarsi come genitori nel comunicare la fede ai propri figli.

“Il percorso formativo proposto a noi genitori è un valido aiuto per cercare di comprendere al meglio le vere necessità e i veri valori della vita cristiana.

L’impressione ricevuta è stata positiva, infatti, grazie anche alla professionalità e semplicità dei relatori, questi incontri non risultano essere “pesanti”, ma al contrario fanno meditare in maniera profonda, senza limitarsi a risposte spesso scontate.

Questi incontri sono utili alla vita personale e familiare, in quanto vengono messi in evidenza situazioni e problemi che magari pensavi solo tuoi, ma che invece riguardano un po’ tutte le famiglie: questa condivisione dei problemi dà la forza e aiuta noi genitori a capire l’importanza di non arrendersi al primo ostacolo, ma di cercare di superarlo con sacrificio e coraggio sapendo di non essere soli.

Nei prossimi incontri speriamo di poter ascoltare ancora parole, magari qualche volta anche “dure”, ma efficaci per la crescita nostra e dei nostri figli.Una mamma di terza

 

Crediamo che il percorso formativo sia un valido aiuto per noi genitori, anche se talvolta non è facile concretizzare nel quotidiano i consigli che i relatori hanno suggerito.

Don Belotti ha trattato argomenti attinenti la sfera educativa (i no che aiutano a crescere), mentre Don Tarantini ha tratto profondi spunti di meditazione dal Vangelo.

L’impressione avuta dopo questi incontri è sicuramente positiva, in quanto ci aiutano a crescere meglio i nostri bambini, rivelandosi pertanto di prezioso supporto in determinate situazioni, soprattutto di difficoltà.

Sappiamo che vivere concretamente ciò che ci è stato indicato dai sacerdoti non è facile, ma siamo d’accordo con loro sul fatto che siamo troppo spesso indulgenti con i nostri figli, tendendo a giustificarli eccessivamente.

Spesso dimentichiamo che il ruolo principale di genitore è quello di renderli indipendenti, lasciandoli anche sbagliare perché questo può aiutarli a crescere.

Siamo desiderosi di ascoltare ulteriori argomenti altrettanto ricchi di suggerimenti educativi.I genitori di Gabriele

Il percorso formativo proposto a noi genitori della parrocchia ci è sembrato valido in quanto ci ha “rinfrescato” le nostre nozioni e ci ha dato una motivazione in più per stare tutti insieme a dialogare.

Gli argomenti trattati dai relatori riguardavano la creazione del mondo, il fatto che Dio Padre ci conosce tutti e che lui è ovunque ed è vicino a tutti noi.

Nei prossimi incontri speriamo di trovare spunti per continuare la crescita nostra e dei nostri figli, sia come esseri umani, sia come cristiani. I genitori di Anna

 

Il percorso formativo proposto è risultato un’ occasione utile per riflettere sulle difficoltà dell’educazione dei figli, nel contesto sociale in cui viviamo.

Gli incontri con don Belotti e don Tarantini sono stati stimolanti e interessanti, anche se, in qualche occasione, ci sono sembrati un po’ teorici, poco calati nella nostra realtà quotidiana.

Gli argomenti trattati comunque ci hanno fatto riflettere sul nostro rapporto con i figli.

Nei prossimi incontri ci aspettiamo di conoscere testimonianze positive di vita familiare.I genitori di Nicola

Clelia e Daniela

 

6-7

“Allora disse ai suoi discepoli: La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe”(Matteo 9,35-38). E’ il discorso missionario di Gesù, la Sua chiamata. Alcuni hanno risposto a tale chiamata, sia sacerdoti, suore e frati ed anche volontari. La loro missione si svolge sia in Italia che all’estero.

Abbiamo tra noi in questo periodo pre-natalizio, suor Tarcisia Capitanio nativa di Locate, ed una sua consorella, suor Erminia Toffano, di origine veneta. Entrambe dell’Istituto di Don Guanella  ed entrambe in Brasile. Suor Tarcisia regge un ricovero per anziani a Rio Grande du Sul, Estado di Porto Alegre. Suor Erminia è in una Scuola Materna a Porto Santos. A loro ci siamo rivolti per sapere come venga celebrato e festeggiato in Natale in Brasile. La risposta non è di facile comprensione per noi che abitiamo agli antipodi di questo enorme Stato (che è grande quasi come l’Europa intera). Bisogna, anzitutto, tener presente alcuni dati di fatto. Nei mesi di dicembre, gennaio e febbraio là fa caldissimo e il Natale si festeggia durante la “bella stagione”, quando, sulla costa, c’è il pieno dei turisti. In città si celebrano i cerimoniali dell’evento un po’ come da noi. Nelle zone periferiche, ma pure in città, mancano i sacerdoti che vengono sostituiti da diaconi permanenti, da suore e da volontari. “Papi Noel” viene, perciò, celebrato nelle famiglie o in raggruppamenti di famiglie. L’evento è preceduto da una novena di preparazione supportata da un libricino di preghiere e di spiegazioni. C’è una grande devozione fra la popolazione e un diffuso senso dell’ospitalità. Il principio generale che domina in queste festività è quello denominato: Aprire le porte. Le famiglie si riuniscono per commentare le preghiere e le spiegazioni del libricino e si aiutano tra loro. Soldi non ce ne sono e allora si fanno collette e giochi a premio. Il premio e le raccolte consistono in quello che è chiamato “un chilo di alimento”. Trattasi di zucchero o caffè o altro prodotto alimentare. Quanto reperito viene distribuito alle famiglie più bisognose. Le strade fuori città non sono molto praticabili, seppure il mare dista soltanto una settantina di chilometri. Forse ciò è un bene, perché giù nelle città…c’è di tutto. Porto Alegre è una città industriale e si nota un certo benessere, anche se concentrato in una fascia di persone ricchissime e ricche, ma a Rio, a S.Paulo, a Pernambuco e più a Nord, la diversità è enorme. Sorgono le favelas, formate da ex coltivatori, ora disoccupati, che sono stati costretti a recarsi in città in cerca di lavoro (che non c’è). Si pensi che negli anni ’70 i contadini erano la maggioranza dei lavoratori. Oggi soltanto l’otto per cento della popolazione è dedita all’agricoltura. Il cibo non mancherebbe. La terra produce, quasi spontaneamente, abbondanza di banane, mango, aranci e bergamotto. Pure gli allevamenti estensivi di mucche da carne sono immensi; c’è molto legname…Ma la stragrande quantità dei prodotti viene esportata. Conseguentemente alla popolazione locale rimane ben poco ed, eventualmente, a prezzi esorbitanti. Il Prodotto Interno Lordo (P.I.L., che è la ricchezza di un Paese) ) se ne va tutto all’estero. Mancano, ad esempio, il latte, lo zucchero, le medicine. Spessissimo l’unico pasto del giorno consiste in “riso e fagioli”. Causa di tutto è il latifondismo, con le conseguenti pratiche di deforestazione: per la coltivazione della canna da zucchero, per la produzione di legname, per l’allevamento di vacche da carne (tutto esportato). Un recente Movimento brasiliano, denominato “Sem Terra” sta tentando di porre rimedio a tale situazione mediante un progetto di cooperazione fra contadini, di formazione tecnica degli stessi e di lotta contro la disoccupazione e l’analfabetismo. Il movimento intende ridistribuire, fra mille difficoltà, 53.000 ettari di terra  a 5 milioni di famiglie senza terra (e che si sono riversate in massa nelle città). L’esponente di Sam Terra, Edivaldo Santos, era  a Bergamo durante le scorse settimane per presentare il progetto a due organizzazioni umanitarie (Mani Tese e Comunità Ruah). Purtroppo c’è il rischio che alcuni di tali movimenti si trasformino, come già successo, in organizzazioni politiche. Tuttavia qualcosa si deve fare contro l’abuso nello sfruttamento della terra. Alcune multinazionali stanno facendo uso indiscriminato della deforestazione per coltivare canna da zucchero OGM, utilizzando anche la deviazione di corsi d’acqua e l’uso di geni (chiamati Terminator) che rendono sterili i semi naturali in modo che non possano più ricrescere le foreste. Questo stato di cose favorisce le baraccopoli, la disoccupazione…e il fenomeno delle “Ragazze di Fortaleza” ( a Nord del Brasile, ma non solo).

Pur tuttavia i moltissimi bambini sono felici, vivacissimi, amanti della musica…e costituiscono una speranza per un futuro migliore. Gli anziani non hanno pretese ed accettano la vita con serenità. Qui a Porto Alegre e nello Estado di Rio le nostre suore svolgono la loro missione. Sembrano persino che riescano a mantenersi molto più giovani di quanto non siano in realtà (ma sono ancora giovanissime!). Macinano, a volte, molti chilometri per poter raggiungere le loro mete. Qui molti villaggi richiamano, nel nome, le migrazioni italiane: Nova Trento, Nova Brescia, Nova Milano, Nova Belluno…Qui è diffusissima la devozione alla Madonna di Caravaggio: si fanno lunghissime processioni, specialmente il 26 Maggio, ricorrenza dell’apparizione. Suor Tarcisia e Suor Erminia ci vogliono raccontare brevemente  la storia di un’altra suora di origina italiana: Suor Anna Caraffa, dell’Istituto del Sacro Cuore di Gesù, di Esteio-Rs. Suor Anna un tempo era in carrozzella. Guarita si buttò a capofitto nell’attività missionaria. Possiede un carisma incredibile, al punto tale che riesce a trascinare, nonostante la sua bassa cultura, popolazione, ricchi e politici. Se c’è necessità di “fondi” suor  Anna riesce a farsi aprire tutte le porte, ottenendo aiuti anche per opere importati, sotto il simbolo “Paz e Amor”.

Questo è il vero Natale Brasiliano, da Porto Alegre, a Rio, a Pernanbuco, a Sao Paulo. Forse il Papi Noel sarà con gli anziani del ricovero di Suor Tarcisia o con i bambini dell’asilo di suor Erminia intento a giocare a: “L’Amico secreto”. Che cos’è ? Semplicemente: una ventina di persone, più o meno, si trovano insieme. Compilano un bigliettino indicando una cosa da indovinare, o un amico desiderato, senza sottoscrivere il foglietto.  Dopo vari ballottaggi l’amico segreto viene scoperto e si riparte da capo. Un Natale troppo semplice? Eppure…eppure…

Augusto Volonterio  

Pagina precedente: Suor Tarcisia con la carismatica Suor Anna Caraffa. Qui accanto: Suor Tarcisia fra i suoi anziani. Sopra: Le ragazze di Fortaleza

 

pag. 8-9

E’ questa la quarta puntata dell’inchiesta su cristiani e mondo del lavoro; dopo aver coinvolto  bancari, commercianti e insegnanti , ora ci si rivolge  a medici e infermieri con un intervista dal “taglio” natalizio e che intenzionalmente non si addentra in tematiche dibattute  quali eutanasia, accanimento terapeutico, aborto, fecondazione artificiale…e neppure indaga sull’attuale sistema sanitario, per focalizzare l’attenzione sull’evento che ha cambiato la storia dell’umanità dandole respiro nuovo, e continua a rinnovare, là dove il Bambino Gesù viene accolto, il cuore dell’uomo aprendolo ai bisogni dell’altro. Sentiamo in  questa intervista Andrea, medico presso l ‘Ospedale civile di S. Giovanni Bianco,  Elisabetta infermiera caposala presso la casa di riposo di Ponte S. Pietro ed  Eleonora infermiera caposala presso i Riuniti di Bergamo.

Nel suo ambiente di lavoro quale percentuale di colleghi ritiene sia praticante?

Andrea: Purtroppo per vari motivi, tra cui i carichi di lavoro, ed il non poter spesso santificare al Signore  le festività religiose, tra colleghi sono poche le occasioni di confronto sui temi inerenti la  pratica religiosa, anche per questo mi viene difficile poter esprimere un giudizio sulla  percentuale di colleghi praticanti o più semplicemente credenti. Credo comunque che i credenti  siano una porzione abbastanza elevata, probabilmente meno sono i praticanti.

Elisabetta: Penso che fra i miei colleghi i praticanti non  siano tantissimi, anche se tanti si definiscono credenti.

Eleonora: Abbastanza alta, anche se non conosco ancora bene le tendenze dei miei collaboratori, visto che è da poco che mi sono trasferita presso il reparto dove attualmente lavoro.

Tra colleghi, fede e morale cristiana sono oggetto di confronto, oppure la professione è vissuta solo in senso laico?

Elisabetta:Purtroppo il confronto su argomenti come la fede sono difficili da trattare, sopratutto con colleghi che svolgono questa professione solo per esigenze di lavoro. Il confronto comunque è minimo, perché mi rendo conto che a volte siamo noi i titubanti  che abbiamo “paura” di fare il primo passo.

Eleonora:Si cerca di viverla in modo laico, ma spesso traspare la fede cristiana nei piccoli gesti.

Nel rapporto con i pazienti trova spazio la testimonianza del suo essere cristiano? Le capita di parlare con loro di temi legati alla religione, al significato della vita, della sofferenza, della morte?

Andrea: L’essere cristiano condiziona moltissimo il rapporto con i pazienti; la sofferenza che scaturisce dalla malattia mi porta a volte a confrontarmi con il mio essere cristiano; la morte di un  giovane paziente, la sofferenza fisica eccessiva ed a volte prolungata ed incontrollabile, lo  stravolgimento che una patologia può determinare nella vita di ognuno, sono avvenimenti che

 mi portano a cercare il significato di tutto ciò.  Raramente comunque questo confronto avviene direttamente con il paziente, in quanto  spessissimo lo stesso vede nel medico quella figura deputata a trovare la causa, la soluzione e la  cura alla propria malattia, la rassicurazione capace di tenere viva la speranza della guarigione. Mi e’ capitato invece di accennare a familiari di pazienti in gravi condizioni, alla rassegnazione cristiana, alla fede in Dio, alla carità del Signore.

 Elisabetta: Nella mia professione è difficile poter avere dei confronti diretti con gli ospiti sugli argomenti sopraccitati, anche perché si tocca con mano ogni giorno il vero significato della vita, del dolore e della morte ; sono loro  stessi che, in svariati modi, ci testimoniano la loro fede e ci arricchiscono. Noi il più delle volte testimoniamo la nostra fede  con la vicinanza in certi momenti difficili, cercando di dare speranza, conforto anche solo con un gesto o un sorriso.

Eleonora: Direi di sì, anche se per alcuni pazienti saperti cristiano  può limitare il loro bisogno di comunicazione, di parlare, per cui ci si mette in ascolto; quando si toccano temi legati alla religione  ci si può trovare in disaccordo, ma la relazione continua , deve continuare; diventa “pesante” quando si parla della sofferenza che porta alla morte, allora in questo caso non è necessario parlare , ma ascoltare attentamente, perché il paziente ha bisogno di ascolto non di “ricette”.

 Presto è Natale; come viene vissuto nel vostro ambiente professionale? Prevale l’aspetto esteriore o emergono i significati profondi di questo evento?

Andrea: Il Natale, è comunque vissuto in modo molto profondo nel mio ambiente lavorativo. Il  significato della Natività di  Nostro Signore, atto di gioia concepito nel momento del dolore e  della sofferenza, credo vada a rafforzare la speranza e la fede di ognuno di noi.

 Elisabetta: Purtroppo spesso è l’aspetto esteriore che fa da padrone, anche se si cerca di far vivere questo momento in maniera diversa dal solito, dandogli uno spazio diverso, costruendo dei piccoli presepi, facendo partecipare gli ospiti alla produzione di addobbi, partecipando alla messa preparata apposta per loro e portando in chiesa quegli  ospiti che non si possono spostare tutte le domeniche per motivi di salute; in questa occasione ci sentiamo veramente tutti uniti, praticanti e non , anzi a volte sono proprio i meno credenti che aiutano gli ospiti per gli addobbi, proprio per essere come una grande famiglia.

Eleonora: Natale è festa, per cui c’è un’atmosfera più gioiosa e si cerca di lavorare con più serenità; anche se all’interno di una sala interventistica  il lavoro è notevole,  si cerca di accelerare le procedure per consentire  al paziente di passare quel giorno in famiglia con i propri cari .

Il Natale cristiano veicola messaggi quali speranza, accoglienza, umiltà: come vengono interpretati questi valori nella relazione concreta, nell’esercizio della professione?

Andrea:  La speranza, l’accoglienza, l’umiltà, considerati nell’essere cristiano, sono uno dei pilastri da tener in considerazione nel praticare una professione in cui ci si pone costantemente al servizio del prossimo.

Elisabetta: La parola umiltà deve stare alla base, la cortesia e l’attenzione non sono un optional, il sorriso, la pazienza, l’ascolto sono spesso un importante inizio: l’attività dell’ascoltare poi ha bisogno di essere maggiormente promossa per accogliere meglio, ma non sempre è così e, anche a noi, scappa la pazienza… poi ci si guarda in giro e, in mezzo a tanta sofferenza, ci si rende conto che non ci possiamo permettere di essere impazienti.

Eleonora:  Devo dire che tutto l’anno è Natale, nel senso che infondere speranza e accogliere l’altro è fondamentale in questa professione.

 C’è qualche episodio, magari proprio legato al Natale, che l’ha fatta sentire orgoglioso di essere medico o infermiere cristiano?

Andrea: Non vi e’ un singolo episodio legato al Natale, ma è proprio in questa festività che mi rendo  conto di aver svolto il mio compito nel miglior dei modi possibile, compatibilmente alle mie  modeste capacità , quando molti dei miei pazienti mi porgono i loro sinceri ed affettuosi auguri

Elisabetta:  Episodi ce ne sono tanti e tutti i giorni , ma la cosa più bella è quando arrivi al mattino e gli ospiti ti accolgono con un sorriso o semplicemente con i lori dispiaceri o problemi di salute e dicono che pregano per te e che per loro è una gioia grande il fatto che tu sia lì a curarli. Per questo non possiamo che ringraziare a mani aperte il Signore, sperando che ci sostenga in questa nostra professione.

Eleonora: In questo momento non mi vengono in mente episodi legati al Natale in particolare, ci sono tuttavia situazioni come ad esempio quando si fa tutto il possibile per il paziente, ma avviene il decesso , allora ci si prende cura dello spirito chiamando il frate, trattenendosi con i parenti per una preghiera e questi ringraziano sempre per il gesto; oppure si diventa ministri del Battesimo, amministrandolo  ad un neonato, prima di una procedura a rischio. Devo dire  che a Natale , durante il pranzo, con i miei famigliari meditiamo sulla fortuna  che abbiamo nell’essere tutti assieme e penso a quei miei pazienti che non hanno potuto raggiungere la propria famiglia.

A cura di Clelia Tironi

 

 

pag. 10-11

Un anno di favole...

Il tema dell’anno è davvero invitante: ogni mese, quest’anno i bambini della scuola materna ispireranno il proprio lavoro ad una favola.

E proprio dai personaggi della favola di dicembre ci è pervenuta una lettera, indirizzata a Babbo Natale. I valori della solidarietà e dell’amicizia che la favola ci insegna sono anche i sentimenti che auguriamo a ciascuno di voi.

Caro Babbo Natale,

sono ancora io, il piccolo topolino Tip, e ti invio questa letterina, come ogni Natale, non solo per descriverti i regali che mi piacerebbe ricevere ma anche per raccontarti un pò la mia vita. La mamma mi sta aiutando perché, come ben sai, io so scrivere soltanto il mio nome: pensa, ho imparato grazie alle mie fantastiche insegnanti della scuola materna. Devo ammettere che il cognome mi crea ancora qualche problemino, ma mi sto impegnando tantissimo per scriverlo al meglio. Proprio ieri, mi è accaduto un fatto un pò speciale e colgo l’occasione per narrartelo.

Nella mattinata, con l’aiuto del mio amico di pezza Teddy, ho decorato il nostro albero di Natale con mille palline e luci diverse. Dalla finestra ho visto la neve, che lentamente scendeva e copriva ogni cosa, bella o brutta: guardando tutto quel bianco, non potevo non pensare a dove potessi essere tu, con le tue renne e, soprattutto, con i miei regali! Sogno, infatti, da lungo tempo un trenino, un aereo, tanti dolci ed una sciarpa calda calda per il mio amico Teddy. Ti ho chiesto una sciarpa perché anche io ne ho una bellissima e molto calda, alla quale sono molto affezionato: ogni volta che esco a giocare, la indosso e non mi ammalo mai. Anche ieri, dopo aver aiutato la mamma, sono uscito a costruire un pupazzo di neve; volevo organizzare una sorpresa al papà e realizzare un pupazzo che gli somigliasse. Il risultato era stupefacente e così, molto soddisfatto di me, sono rientrato in casa. Proprio prima di varcare la soglia di casa, è accaduto qualcosa che mi ha fatto molto riflettere. Un piccolo uccellino, tutto rosso per il freddo, mi ha chiesto una sciarpa per potersi riscaldare perché, non potendo volare con un’ala rotta, non ha potuto raggiungere i suoi amici nei paesi caldi. Proprio la sciarpa! Se mi avesse chiesto qualcosa d’altro, forse ci avrei pensato, ma la mia sciarpa preferita... E quindi cosa ho fatto? Me ne vergogno ancora; me ne sono andato senza dire nulla. La sera però non ho dormito: il rimorso mi teneva sveglio. La mamma, vedendomi così preoccupato e infelice, mi ha spiegato che se avevo commesso un errore, forse avevo ancora una possibilità per rimediare. Che nottataccia! Ho continuato a pensare a come avrei potuto aiutare il mio amico uccellino!

Stamattina mi sono svegliato prestissimo: ho preso dal cassetto un maglione che non mi calza più e ho domandato alla mamma di creare con la sua lana una calda sciarpa. La mamma ha lavorato instancabilmente e con passione; così, con la sciarpa in mano, ho affrontato la tempesta di neve e sono uscito a cercare il mio amico. Ho chiamato, ho urlato e gridato, ma nessuno mi ha risposto. Non puoi immaginare quanto mi sentissi in colpa! Finalmente sono riuscito a trovarlo, nascosto sotto un albero. La situazione era grave; l’uccellino si era ammalato gravemente perché la notte era stata molto molto fredda. Ho deciso allora di portarlo a casa mia! Sono restato accanto a lui tutto il giorno, senza nemmeno giocare: ora sono sfinito, ma ti scrivo felice perché le condizioni di salute del mio nuovo amico si sono stabilizzate, come dice il dottore. Ti scrivo perché solo adesso ho compreso veramente cosa vuol dire essere generosi e perché voglio che tu sia fiero di me. Ora ho capito che ho già ricevuto il regalo più bello ed è qui che riposa vicino a me!

Grazie per avermi ascoltato e buon lavoro!

il tuo Topo Tip

P.S.: buon Natale anche a te!

P.S.: so di avere scritto che il regalo più bello è la guarigione del mio amico, ma se comunque ritieni che possa essermi meritato qualche giocattolino, portalo pure, mi raccomando.

Paola Tasca

Lettera a Gesù Bambino

Caro Gesù,

da’ la salute a mamma e papà,

un po’ di gioia e serenità

porta la luce a tutta la terra;

una casetta a chi non ce l’ha.

E se per me  niente ci resta

sarà lo stesso una bella festa:

(Mario Lodi)

 

Vi attendiamo sabato 22 dicembre, alle ore 15.00, presso l’auditorium dell’Oratorio, per  i nostri auguri di Natale.

 

Mazzoleni Valeria di Simone e Serrao Simona nata Il 4/06/07 e battezzata il 18/11/07. Padrino Mazzoleni Remo, madrina Maestroni Bice.

 Lozza Alex di  e   nato il… e battezzato il 16/12/07 Padrino … Madrina …

 

Gualandris Giorgio di anni 55 deceduto l’8 novembre 2007

 

pag. 12

Buone letture

In parrocchia è attivo il gruppo “Buona Stampa” che ogni settimana vi porta la rivista da voi prenotata, direttamente a casa vostra.

Sono tanti i motivi che rendono conveniente l’abbonamento parrocchiale. 

1.         La “Buona Stampa” presenta i problemi e le situazioni attuali secondo una visione cristiana obiettiva e coraggiosa, spesso controcorrente rispetto a tutta  l’”Altra stampa”.

2.         Il margine ottenuto dagli abbonamenti viene consegnato annualmente in Parrocchia.

3.Riceverete puntualmente il giornale a domicilio ogni settimana, il giovedì.

4.         L’abbonamento, oltre ad un significativo sconto,  da diritto anche ad un omaggio.

5.         Durante l’anno potete usufruire delle interessanti proposte editoriali (Libri, raccolte)       con una semplice prenotazione alla persona incaricata alla distribuzione.

Testate, numeri all’anno, costi e regalo per abbonamento

FAMIGLIA  CRISTIANA       (52 numeri)               Euro  88,00      Orologio da parete Wally

IL  GIORNALINO (52 numeri)       Euro  66,00 Sudoku elettronco

G BABY           (12 numeri)       Euro  19,00 Peluche Ape Maia

MADRE            (12 numeri)      Euro  28,00     

Per abbonarsi basta lasciare il nome, indirizzo e numero telefonico in segreteria dell’oratorio, entro il mese di Dicembre, o se preferite  potete contattare il responsabile del servizio  Capitanio          Giambattista     Via Diaz, 3 tel. 035  463462.

Concerto di Natale

Domenica 23 dicembre, alle ore 15,30, nella nostra Parrocchiale, si svolgerà il tradizionale Concerto di Natale, appuntamento con scadenza biennale, durante il quale la nostra corale propone , a conclusione dell’avvento, un momento di piacevole ascolto su temi natalizi classici e moderni.

 Il numero 47 di novembre 2007

In questi giorni di preghiera e di suffragio per i nostri cari defunti  è difficile non pensare alla nostra morte.

Facciamo di tutto per esorcizzarla: segni scaramantici, tentativi di nascondere i segni esterni del  lutto, la fatica ad incontrare e accettare chi piange la perdita dei propri cari, l’incapacità di esprimerci e di accompagnare i morenti:questi e molti altri sono segni evidentissimi di come preferiamo non parlare di questi argomenti.

Questo numero di idee fatti l’abbiamo pensato e voluto per incoraggiare tutti noi a fare testamento, soprattutto quello spirituale. Perché fare testamento significa scrivere in poche righe i valori e le realtà per le quali siamo vissuti e che desideriamo consegnare ai nostri cari da continuare a vivere dopo di noi.

Fare testamento ci aiuta pensare ed elaborare la nostra morte, ci aiuta a scommettere sulla vita;vorremmo tentare di  dire a chi verrà dopo di noi le ragioni della nostra esistenza; infine fare testamento ci ricorda che la cura di cui noi abbiamo bisogno incomincia con il momento stesso della nascita, e si dovrebbe dire anche prima, e termina con la morte e non prima. Tutto l’arco dell’esistenza umana è vissuta in questa relazione reciproca di cure. I genitori si prendono cura del bambino che nasce, e i vicini e gli amici e tutti e tutta la vita è dominata e governata e sostenuta da questa continua consolazione. Vorremmo anche dare voce ad una percezione che è verissima: la percezione che l’esistenza dell’uomo è per definizione una esistenza bisognosa. Quando siamo giovani e sani e forti possiamo far finta che non sia vero, ma è un far finta. In realtà anche quando siamo giovani e forti e sani abbiamo bisogno degli altri.

Siamo dei bisognosi chiamati a andare incontro al bisogno degli altri. Se ce ne rendiamo conto questo ci aiuta a vivere meglio la responsabilità che abbiamo gli uni nei confronti degli altri. E a vivere meglio anche la dipendenza: c’è un aspetto di dipendenza, in parte io dipendo inevitabilmente dagli altri, e questo potrebbe darmi molto fastidio, potrebbe suscitare in me una ribellione perché non voglio dipendere. Invece no! Invece sta nei patti: sta nella condizione umana in quanto tale.

Fare il proprio testamento diventa estremamente consolatorio per chi lasciamo: l’arte della consolazione è l’arte di fare parlare la persona, e di farla esprimere. Di farle dire quello che vive, non in modo perfetto, ma così come lo vive, perché il lamento non sia tenuto dentro.

Uno dei drammi della nostra società è questo: che abbiamo perduto le parole per la sofferenza. Nelle società arcaiche di fronte la sofferenza e al lutto ci sono le grida, ci sono i pianti, ci sono espressioni anche paradossali dal nostro punto di vista. Però hanno una funzione precisa nella esperienza dell’uomo, perché aprono una via di espressione a quella angoscia che la persona si porta dentro; potere dire la propria causa è in qualche modo esserne padrone, vuole dire: io sono più grande della mia sofferenza, la mia sofferenza c’è ma non mi schiaccia, ho la possibilità di dire me stesso, di esprimere quello che provo e desidero.

Fare testamento spirituale è lasciare a chi verrà dopo di noi la strada di come abbiamo avuto bisogno di Dio e di come Lui ci ha aiutato nel nostro itinerario.

Andiamo in questi giorni al cimitero, ricordiamo e facciamo memoria dei nostri fratelli defunti e chiediamo al Dio della vita e della Resurrezione le certezze che rimangono in eterno.

Don Giulio

 

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Ottavario dei Morti

Mercoledì 31 ottobre

E’ presente il confessore straordinario

Ore 8.30  Santa messa: tempo di confessioni individuali sino le 12.00; ore 15.00 confessioni individuali; ore 16.30 confessioni ragazzi elementari e medie; ore 17.30 santa messa con omelia del padre predicatore; ore 20.30 liturgia penitenziale e tempo di confessioni individuali.

Giovedì  1 novembre

Festa di tutti i santi

S. Messe ore 8.00, 9.30, 11.00 (con la scuola di canto) e 17.30 con omelia del predicatore; ore 15.00 Vespri. Pensiero sulla morte. Processione al cimitero.

Venerdì   2 novembre

Commemorazione di tutti i fedeli defunti.

Sante messe al cimitero ore 8.00,  9.00,  10.00, 11.00, 16.00 e 17.30.

In chiesa alle ore 20.30 per tutti i fedeli defunti con la scuola di canto.

Lunedì 5 novembre

Sante messe alle ore 8.30 e 17.30. Dalle 20.30 alle 21.30 gruppi biblici nelle case.

Martedì 6 novembre

S. Messe ore 8.30 e 17.30; ore 20.30  S. Messa per tutti i defunti della parrocchia dal novembre 2007 al novembre 2007.

Mercoledì 7  novembre

S. Messe ore 8.30 e 17.30.

Ore 20.30 S. Messa pro defunti benefattori della parrocchia

Giovedì 8 novembre

S. Messe ore 8.30 e 17.30.

Ore 20.30 S. Messa pro defunti sacerdoti e suore

 

 

FESTA DEL PATRONO

Sabato 10 novembre

Ore 20.30 spettacolo delle majorette di Mapello presso l’auditorium dell’Oratorio di Locate.

Domenica  11 novembre

Sante Messe e catechesi con il consueto orario festivo. Ore 18.15 taglio della tradizionale spada di cioccolato

Martedì 13 novembre

Ore 18.30 Santa Messa solenne presieduta da padre Luigi Ghezzi, nel quarantesimo di ordinazione sacerdotale. Segue la processione fiaccolata lungo le vie Rimembranze, via don Allegrini, via Mapelli,via  Moroni, via Rimembranze, via Barrè, via sant’ Antonino.

Saranno  presenti la nostra confraternita ,  la scuola di canto e alla processione la banda di Ponte San Pietro. Al termine, predica e benedizione.

Ore 19.30 Cena in oratorio: le iscrizioni si raccolgono presso il responsabile sig. Ravasio Giuseppe tel. 035/610427.

 

Giornate missionarie parrocchiali

Sabato 8 dicembre,   solennità Immacolata Concezione e  domenica  9 dicembre, seconda di avvento: banco di vendita presso  la scuola materna

 

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INCONTRI  PER FIDANZATI

Sabato 29 marzo 2008

Perché il corso per fidanzati? Perchè sposarsi in Chiesa?

Don Giulio Albani

Sabato 5 aprile 2008

“Ci amiamo tanto  da sposarci...: Maturità umana e scelta di vita” Prof. Don Giuseppe Belotti, psicopedagogista

Sabato 12 aprile 2008

“...da Cristiani”  Don Massimo Epis Seminario Vescovile

Sabato 19  aprile 2008

“...con il sacramento del matrimonio.”

Prof. mons. Achille Sana, rettore del Collegio Sant’ Alessandro

Sabato 26 aprile 2008

Visione del film “Caso mai” e discussione nei gruppi

Sabato 3 maggio 2008

“Dalla sessualità all’amore”

Prof. Don Giuseppe Belotti, Sabato 10 maggio 2008

“Paternità e maternità responsabile” dott. Lorenzi Maria Teresa. Intervento dell’ufficiale di stato civile del comune di Ponte San Pietro.

“Il rito del matrimonio – prepariamo la celebrazione” don Giulio Albani  e le giovani coppie di Locate

Sabato 17 maggio 2008

“Formeremo una famiglia , chiesa domestica, dentro la società.”

Prof. Dario Nicoli, psicologo.

Per i genitori dei fidanzati

“Quando tuo figlio si sposa” 

Prof. Isabella Bonaiti, psicopedagogista

Sabato 24 maggio 20078

Aspetti giuridici del matrimonio - Avvocato Paolo Gamba

Domenica 25 maggio 2008

Incontro di spiritualità con don Renzo Caseri a Scanzorosciate, presso l’Oasi Maria Immacolata con la partecipazione delle giovani coppie di Locate. Santa Messa e consegna dell’attestato di partecipazione.

Gli incontri avvengono presso la Parrocchia di Sant’ Antonino Martire – Locate, ore 20.30.

 

 

Pro Oratorio

Debito residuo da pagare al 16 settembre 2007 Euro 627.424,27

Lotteria Maria Sala            Euro 225,00

Ammalati          Euro  30,00

Quarantesimo Matrimonio Mazzola        Euro  500,00

55 Matrimonio   Euro 250,00

Nn        Euro 500,00

Tombole Ottobre          Euro 387,00

Pesca Ottobre  Euro 448,00

Nn        Euro 150,00

Coscritti Classe 1957    Euro            425,00

Nn        Euro  200,00

Buste Ottobre   Euro   1.708,00

 

Debito residuo da pagare al 13 ottobre 2007 Euro 622.601,27

 

Pag. 4-5

Da Milèto mandò a chiamare subito ad Efeso gli anziani della Chiesa. (...) Ed ecco ora, avvinto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme senza sapere ciò che là mi accadrà. So soltanto che lo Spirito Santo in ogni città mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni. Non ritengo tuttavia la mia vita meritevole di nulla, purché conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato dal Signore Gesù, di rendere testimonianza al messaggio della grazia di Dio. Ecco, ora so che non vedrete più il mio volto, voi tutti tra i quali sono passato annunziando il regno di Dio. Per questo dichiaro solennemente oggi davanti a voi che io sono senza colpa riguardo a coloro che si perdessero, perché non mi sono sottratto al compito di annunziarvi tutta la volontà di Dio. Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha posti come vescovi a pascere la Chiesa di Dio, che egli si è acquistata con il suo sangue. Io so che dopo la mia partenza entreranno fra voi lupi rapaci, che non risparmieranno il gregge; perfino di mezzo a voi sorgeranno alcuni a insegnare dottrine perverse per attirare discepoli dietro di sé. Per questo vigilate, ricordando che per tre anni, notte e giorno, io non ho cessato di esortare fra le lacrime ciascuno di voi. Ed ora vi affido al Signore e alla parola della sua grazia che ha il potere di edificare e di concedere l’eredità con tutti i santificati. (...) Tutti scoppiarono in un gran pianto e gettandosi al collo di Paolo lo baciavano, addolorati soprattutto perché aveva detto che non avrebbero più rivisto il suo volto. E lo accompagnarono fino alla nave.

Atti 20, 17-38

 

 

TESTAMENTO è una di quelle parole che oggi tendiamo ad associare –non senza una certa ansia e riluttanza- alla morte, dimenticando invece che il suo significato originario è tutt’altro che funereo: ALLEANZA, PATTO, come quello Antico e sempre Nuovo tra Dio e l’uomo, che la Bibbia ci rivela.

E insospettabilmente dalla stessa radice proviene il nome di un oggetto che gli atleti conoscono bene: il bastoncino che nelle corse a staffetta si passa al compagno, non a caso si chiama testimone. Forse suonerà irriverente o fuori luogo, ma in fondo fare testamento spirituale è come praticare una forma di sport. Impegnativa e generosa.

E’ proprio ciò che compie Paolo nel brano degli Atti qui riportato: da buon corridore, giunto ormai quasi al termine della sua corsa ( metafora a lui congeniale, presente anche nella II Lettera a Timoteo) passa il testimone ai responsabili delle comunità cristiane, consegnando loro, quasi a compimento dei tre lunghi viaggi apostolici in Asia, un vero e proprio testamento pastorale.

Cosa ci dice in definitiva Paolo? Che la vita di fede è spesso un gioco di squadra, che ad un certo punto occorre salire sulla nave e partire, nella speranza che altri continuino l’opera da noi intrapresa, un’opera comune. Fare testamento è dunque un buon esercizio di umiltà, perché ci ricorda che non siamo insostituibili. Ed è insieme un grande atto di fiducia, è protrarre oltre la morte la nostra collaborazione e protezione a chi resta:

“Vegliate …vigilate…”: questo il messaggio che l’apostolo rivolge in modo accorato ai vescovi (episkopoi in greco significa pastori, sorveglianti) consapevole delle difficoltà e dei pericoli cui è esposto il gregge della Chiesa nascente. Del resto chi meglio di lui può riconoscere i falsi pastori? Chi più di lui ha esercitato -e poi sperimentato nella sua carne- la violenza del lupo che si avventa sul recinto delle pecore? Scrive infatti Sant’Agostino:

“ Paolo viene da Saulo come un agnello uscito da un lupo. Prima avversario, poi apostolo; prima persecutore, poi predicatore.”

Paolo sembra dirci: “Servite, donate, ma insieme  siate accorti” in questo discorso d’epilogo che suona dunque come un estremo atto di responsabilità morale.

Nella biografia di ciascuno di noi ci sono date fondamentali, spartiacque che segnano spesso cambiamenti decisivi e magari irrevocabili, ma al termine di una vita non è facile sintetizzare in poche righe tappe lunghe anni interi; Paolo ci insegna a farlo in qualche semplice, densa battuta. Come? ricapitolando in Cristo tutte le cose, tutti i paragrafi della nostra esistenza.

Per un attimo egli si guarda indietro e gli bastano poche parole: da quella sfolgorante luce che lo accecò sulla via di Damasco, fino al commiato nel porto di Mileto, c’è un arco di tempo trasfigurato, fatto di perseveranza nella fatica, di coraggio nella testimonianza più sofferta.

Da qui in poi il futuro è affidato totalmente e irresistibilmente allo Spirito: “ Ed ecco ora, avvinto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme senza sapere ciò che là mi accadrà”.

Dopo aver dato le consegne agli anziani della Chiesa, egli si consegnerà con la sua stessa vita dirigendosi decisamente ( come Gesù stesso) a Gerusalemme, e da qui compiendo l’ultimo viaggio: quello verso Roma, dove abbraccerà il martirio. Anziché fuggire dalla morte, egli le va incontro, sapendo che solo chi perde la propria vita, la ritrova.

 

 La sua è un’accettazione piena di ciò che lo attende, pur nella consapevolezza lucidissima che questo è l’ultimo momento in cui chi lo ascolta vedrà il suo volto. “L’ultima volta che…” “ mai più…”: c’è da tremare di dolore di fronte a queste espressioni, soprattutto se a dircele è qualcuno che amiamo.

E questo gettarsi piangendo al collo di Paolo ricorda una scena simile tratta da un testo famoso: anche lì c’è un porto, una persona che sta per partire, e un gruppo di anziani che si fanno avanti dicendo:

“ Non allontanarti da noi ancora. Non lasciare i nostri sguardi affamati del tuo volto. Fa’ che le onde del mare non ci separino così presto […] poiché l’amore non può conoscere la sua profondità se non nel momento della separazione”. ( K.Gibran, Il profeta)

 E’ umano voler trattenere chi sta per abbandonare questa vita e noi con essa. E anche Paolo, nel successivo tratto di viaggio da Mileto a Cesarea, incontrerà discepoli che lo scongiureranno “di non salire a Gerusalemme”, che si inginocchieranno con lui sulla spiaggia insieme a mogli e figli pregando insieme il Signore. Ma l’apostolo prende ugualmente il largo, ed è inevitabile riandare con la mente alle parole di Gesù nel Cenacolo: “[…] poiché vi ho detto questo, la tristezza ha riempito il vostro cuore. Ma io vi dico: è meglio per voi che io me ne vada; perché se non me ne vado, il Paraclito non verrà a voi. Se invece me ne vado, lo manderò a voi” ( Gv 16, 6-7)

Nella piazza sopra il porto di Orfalese, mentre la folla si assiepa intorno ad Almustafà pregandolo di non partire, l’unica ad aver capito il bisogno del Profeta è l’indovina Almitra. Liberanti sono le sue parole:

“ A lungo hai scrutato l’orizzonte, per vedere sopraggiungere la tua nave. Ora essa è arrivata nel porto e tu devi partire. Provi nostalgia profonda per la dimora ultima a cui si rivolge ogni tua preghiera: so che né il nostro amore, né il bisogno che noi abbiamo di te potranno trattenerti.  Perciò, prima di partire, a nome di tutti io ti chiedo: parlaci, fai dono a noi della tua verità. e noi la doneremo ai nostri figli, questi ai loro figli, e così non morirà.” (K.Gibran)

 

Perciò quando non è più possibile trattenere con noi sulla terraferma chi amiamo, l’unica cosa da fare è ACCOMPAGNARLO ALLA NAVE. Assistere fino all’ultimo respiro un parente malato, stare in compagnia di un amico nelle corsie di un ospedale, sia che continui a lottare, sia che abbia smesso di sperare: chi ha vissuto almeno una volta nella sua vita questa condivisione, sa quanto sia duro sentirsi impotenti nel vedere qualcuno che scioglie gli ormeggi.

 Ma sa anche che stare con lui accompagnandolo è un grandissimo privilegio: il privilegio di raccogliere le sue ultime parole, di intravedere per un attimo la linea in cui la vita sfiora l’eternità. In quel punto ci accorgiamo che siamo noi ad essere tenuti per mano da chi muore, non viceversa:

“ Ed ora vi affido al Signore” dice Paolo a chi sta piangendo per la sua partenza. Non a caso quello di Mileto viene anche chiamato Discorso d’addio.

ADDIO: altra parola che ci lascia un sapore amaro in bocca, un sapore di abbandono, di separazione irrevocabile. Ma se sapessimo che essa significa il contrario della fine, l’opposto della solitudine, la pronunceremmo persino con gioia: dire addio significa propriamente affidare a Dio.

 Nell’ultima cena Gesù affida al Padre coloro che il Padre stesso gli ha affidato: così dovrebbero terminare tutti i nostri saluti, a maggior ragione l’ultimo.

Laura

 

pag. 6-7

Che cos’è il testamento biologico?

Il testamento biologico o testamento di vita, come qualcuno preferisce chiamarlo, traducendo in modo maggiormente pedissequo l’espressione anglosassone living will, è un documento, redatto con ponderazione analoga a quella che è doveroso utilizzare per i testamenti “tradizionali”, e dotato (o almeno così si spera) di altrettanto analoga certezza legale, con il quale il testatore affida al medico indicazioni anticipate di trattamento, nel caso infausto in cui in futuro possa perdere la capacità di autodeterminazione, a causa di una malattia acuta o degenerativa assolutamente invalidante, soprattutto da un punto di vista mentale, o di un incidente eccezionalmente grave.

Che cosa contiene?

In astratto, il testamento di vita potrebbe limitarsi contenere indicazioni, perché il medico massimizzi gli sforzi di salvaguardia della vita di chi lo ha sottoscritto; ma si tratterebbe evidentemente di indicazioni che non farebbero altro che confermare il dovere deontologico e giuridico del medico di operare sempre e comunque per la salvezza del paziente. Nella realtà concreta delle cose, la redazione di un testamento biologico è auspicato da e per coloro che, prefigurandosi ipotesi tragiche come quelle descritte, ritengono che in situazione patologiche estreme sia un bene per gli uomini morire anziché continuare a vivere e preferiscono quindi essere uccisi che essere curati.

Le volontà espresse sono vincolanti?

Sul testamento di vita è in atto da anni un accanito dibattito bioetico. I giuristi tendono, giustamente dal loro punto di vista, a ridurre questo dibattito in termini formali: che validità è possibile riconoscere a simili direttive anticipate, nel contesto di ordinamenti giuridici che non considerano la vita alla stregua di un bene disponibile? I medici, da parte loro, si interrogano sulla compatibilità dei testamenti di vita con i loro doveri deontologici. I bioeticisti discutono se nella sfera di insindacabile autodeterminazione del malato, quella nella quale si fa comunemente rientrare l’atto suicidario, che alcuni arrivano a qualificare come un vero e proprio diritto dell’ uomo, si possa far rientrare altresì la pratica eutanasica, concepita come forma di suicidio assistito, ove appunto non solo auspicata, ma in qualche modo prescritta da un testamento biologico.

Qual è la legislazione attuale?

Ha fatto benissimo il Ministro a chiedere al Comitato nazionale per la Bioetica un esplicito pronunciamento su di un tema, come questo, sul quale è necessario giungere a un meditato confronto pubblico e che inevitabilmente dovrà diventare oggetto di regolazione legislativa. Anche perché in questo modo sarà possibile riaprire il grande, secolare dibattito sull’eutanasia, nelle forme assolutamente nuove che esso è andato assumendo in questi ultimi decenni. Che la vera posta in gioco nel dibattito sul testamento biologico sia quella della legalizzazione dell’eutanasia non c’è alcun dubbio. Il successo che ha avuto l’eufemismo suicidio assistito potrebbe far pensare ad alcuni che ciò di cui si discute è semplicemente come dar valore legale ad un’estrema, doverosa forma di rispetto nei confronti della volontà di non essere curato espressa con piena consapevolezza e in forme rigorosamente garantite dal soggetto.

E’ davvero così?

Per fortuna no! Ne dà prova la legislazione olandese sull’eutanasia, che depenalizza questa pratica, qualificandola appunto come forma di rispetto verso la volontà del malato e poi subito la dilata, autorizzando il medico a sopprimere il paziente, anche in assenza di un esplicito testamento biologico, nel presupposto che la tutela del miglior interesse del malato (in concreto: quello di essere ucciso) possa essere affidata non solo al soggetto direttamente interessato, ma anche a chi di lui si prende cura, come appunto il medico. Ci troviamo di fronte a un esempio emblematico di come sia facile, in “questioni di vita e di morte” inoltrarsi in quel pendio scivoloso, tante volte denunciato da alcuni bioeticisti: si parte col ritenere che bisogna legalizzare situazioni estreme, problematiche e tutto sommato rare (in concreto l’eutanasia praticata su esplicita e consapevole richiesta, pur se anticipata, del paziente), e si arriva poi subito a estendere la legalizzazione a casi simili, solo estrinsecamente analogabili ai precedenti (l’eutanasia senza esplicita e consapevole richiesta). Questo “scivolamento” da una parte è concettualmente inaccettabile, ma dall’altra è obiettivamente e paradossalmente necessario: i fautori dell’eutanasia sanno che ben difficilmente la redazione di testamenti biologici può diventare una prassi abituale e consolidata…

Come mai allora ci sono così tanti fautori dell’eutanasia?

 I movimenti a favore dell’eutanasia si muovono a tutto campo; insistono perché tutti i soggetti adulti e responsabili sottoscrivano i testamenti, ma aggiungono poi che comunque dei testamenti si può anche fare a meno, perché esisterà pur sempre qualcuno che con la sua volontà integrerà la volontà non espressa o espressa in modo insoddisfacente dal malato. Così questi movimenti si moltiplicano e diventano sempre più vivaci. Le numerosissime Right-to-die Societies diffuse principalmente ma non esclusivamente nel mondo anglosassone si sono federate e attivano continuamente manifestazioni in tutti i paesi avanzati. Tra le nuove frontiere della libertà quella dell’eutanasia come rivendicazione del diritto di morire è arrivata ad occupare ormai uno dei primi posti, almeno nell’immaginario occidentale. Dietro tutto questo si cela un paradosso, messo perfettamente a fuoco su “Le Monde” del primo giugno 2002, in un articolo intitolato L’euthanasie est dépassé. L’autrice, Paula La Marne, sostiene una tesi inoppugnabile: non esiste più alcuna l’esigenza di dare una morte pietosa a malati incurabili, preda di sofferenze terribili e invincibili: la medicina palliativa, uno dei veri, autentici trionfi della medicina novecentesca, svuota dal di dentro la valenza di ogni richiesta eutanasica. L’eutanasia è sorpassata.

Come intervenire allora sul malato?

Il dolore delle malattie terminali può essere combattuto, fronteggiato, ridotto in termini assolutamente accettabili; può, in molti casi, essere vinto. La medicina palliativa non esiste per garantire la guarigione da malattie spesso incurabili; esiste per garantire una qualità di vita decisamente accettabile per il malato. Desta meraviglia, sostiene “Le Monde” quanto sia scarsa la conoscenza dei progressi della palliazione, quanti pochi investimenti vengano posti in essere per comunicare ai malati questo messaggio di speranza e di fiducia. E’ un paradosso, continua il quotidiano, l’atteggiamento generalizzato di disinteresse che riscuote questo ramo del sapere medico in un’epoca così sensibile, come la nostra, al dolore fisico generato dalle malattie; ed è uno scandalo che solo una metà delle facoltà mediche francesi abbiano attivato cattedre di medicina palliativa. Praticare l’eutanasia significa rendere superflua la ricerca e la pratica della palliazione. Se la medicina palliativa si è diffusa e consolidata è perché sono esistiti ed esistono medici e ricercatori che a fronte dei dolori delle malattie terminali non scelgono la via breve della soppressione pietosa del malato, ma la via lunga della cura. Una via, oltre tutto, onerosa, sia in termini strettamente monetari, che in termini di forte impegno di assistenza personale ai malati…E’ lecito avanzare l’ipotesi che non solo i sistemi sanitari contemporanei, ma anche il “sistema famiglia” (ridotto oggi in Occidente ai minimi termini) temano la medicina palliativa, per il forte investimento economico ed umano che questa richiede.

Le conclusioni?

Non ci troviamo più di fronte ad un semplice dilemma bioetico, ma ad una sfida radicale, che investe né più né meno che il senso stesso della presenza dell’uomo nel mondo. Gli stessi tragici temi dai quali eravamo partiti, le sofferenze dei malati terminali, i testamenti biologici, appaiono in qualche modo rimpiccoliti e banalizzati. Riflettendo sulla sua morte, l’uomo arriva ben presto a scoprire che riflette non su di un evento, su di un qualcosa che, pur se ineluttabilmente, prima o poi gli avviene; riflette piuttosto sulla sua mortalità, su ciò che egli è. Può essere, questo, un pensiero così inquietante da esigere di essere esorcizzato. Che dietro tante istanze odierne favorevoli all’eutanasia non si celi forse il più grande, il più vistoso, il più fallace esorcismo che mai l’ umanità abbia creato?

Francesco D’Agostino

 

Quando morirò

Quando morirò voglio le tue mani sui miei occhi,

voglio che la luce e il frumento delle tue mani amate

passino una volta ancora su di me la loro freschezza:

sentire la soavità che cambiò il mio destino.

 

Voglio che tu viva mentre io, addormentato, t’attendo;

voglio che le tue orecchie continuino a udire il vento,

che fiuti l’aroma del mare che amammo uniti

e che continui a calpestare l’arena che calpestammo.

 

Voglio che ciò che amo continui ad essere vivo

-e te amai e cantai sopra tutte le cose-

per questo continua a fiorire, o fiorita!

 

Perché raggiunga tutto ciò che il mio amore ti ordina,

perché la mia ombra passeggi per la tua chioma,

perché così conoscano la ragione del mio canto.

Pablo Neruda

 

pag. 8-9

IL TESTAMENTO SPIRITUALE

Il testamento può anche contenere disposizioni non patrimoniali: si può, per esempio, riconoscere un figlio naturale, dare istruzioni per la tutela dei figli, dettare consigli di carattere morale sul come condurre la vita gli eredi….. E’ il caso del testamento spirituale che viene redatto in forma olografa (Cioè scritto di pugno dal testatore, datato e sottoscritto). Tale testamento non impegna il destinatario a rispettarlo. L’impegno, semmai, è facoltà del testatario. Un tempo il genitore usava redigere tale documento per i suoi figli esortandoli a condurre una vita onesta e osservante della fede Cristiana. Ora la bella consuetudine è andata in disuso. Il testamento spirituale, oggi, è ancora compilato dai sacerdoti, che dettano le loro ultime volontà, dirette generalmente ai loro parrocchiani. Non dimentichiamo uno dei più eclatanti testamenti che ci viene tramandato: la Bibbia, suddivisa fra Vecchio e Nuovo Testamento.

Noi, qui, riportiamo, quasi integralmente, due testamenti lasciati da due sacerdoti. Il primo è quello compilato il 21 maggio 1996, da Don Andrea Andreani e redatto in Locate di Ponte S. Pietro.

“Io sottoscritto Andreani Don Andrea, nato a Gandino il 15 giugno 1924, nel pieno delle mie facoltà, esprimo le ultime mie volontà come segue:

Ringrazio Dio, Uno e Trino, per il suo infinito amore verso di me; ringrazio Maria SS. Per la sua continua materna protezione; ringrazio la Chiesa Cattolica Apostolica Romana che mi ha onorato del suo sacerdozio; ringrazio i miei genitori e i miei famigliari per i tanti benefici da loro ricevuti. Ringrazio tutti coloro che mi hanno voluto bene e in particolare gli abitanti di Ardesio, di Olera, di Locate e del Carmine in Bergamo Alta; superiore e orfani dell’Orfanotrofio Palazzolo di Torre Bordone; i Vescovi di Bergamo, gli Ufficiali della Curia di Bergamo e della Congregazione per gli Orientali di Roma, Assistenti e dirigenti dell’Azione Cattolica Donne di Bergamo. Invoco umilmente perdono a Dio, alla Chiesa e a tutte le persone che avessi offeso anche involontariamente. Spero nelle preghiere di tutti coloro che vivi o defunti ho incontrato nella mia vita. A tutti un cordiale arrivederci nella casa del Padre. Istituisco erede universale la parrocchia di S. Antonino M. di Locate di Ponte S. Pietro (Bg) a scopo di culto ed assistenza secondo le finalità proprie dell’Ente,…(…) Nomino esecutore….lascio all’esecutore testamentario di decidere a suo insindacabile giudizio. In fede.  Andreani Don Andrea”. Don Andrea morì il 3 gennaio 1999. L’atto testamentario fu trascritto a Bergamo il 17 Marzo 1999. Che dire di queste ultime volontà di Don Andrea, nostro parroco, che tutti, o quasi, abbiamo conosciuto? Noi che scriviamo possiamo affermare che sotto quella “scorza” celava una grande capacità di comprendere le situazioni e di accogliere con cordialità le persone. Quando, vent’anni fa, ci trasferimmo a Locate, durante un’omelia, pronunciò parole di benvenuto per “quella diecina di nuove famiglie che sono entrate a far parte della nostra comunità”. Fu un ottimo pastore, un esempio da seguire anche come uomo.

Altro testamento spirituale che proponiamo è quello di un missionario bergamasco, Don Giuseppe Ferrari, conosciuto personalmente da chi scrive, ma anche da alcuni cittadini di Locate e di Ponte. E’ morto lo scorso anno e fu, ultimamente, rettore del Seminario S. Josè in Bolivia. Da ragazzi lo chiamavamo “ratì” (cioè “topolino”), per il suo carattere vivacissimo ed attivo. Tornando, un giorno, dalla “visita militare” a Brescia, pretese, verso sera, che ci recassimo sotto le mura del Seminario dei Preti del Paradiso di Bergamo dove studiava, per cantare a squarciagola “Bandiera Rossa”. Alla sua morte improvvisa volle essere sepolto in terra, nel cimitero di Zogno, con la Bandiera Boliviana che copriva la cassa. I molti Boliviani presenti, durante la sepoltura, eseguirono con chitarre, zufoli e tamburi in canto: “El Condor Pasa”. Ma ecco alcuni passi del suo testamento.

“Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. Tutta la vita è dono e provvidenza (….)

Facendo il punto della situazione: Contento? Mi sono sempre sentito felice anche nel dolore, cioè mi sono sempre sentito amato, benedetto dal Signore e dalle persone. Attaccatissimo alla mia famiglia e al paese di Zogno, dove vorrei essere sepolto, possibilmente in terra, presso i miei genitori: mi piace la terra, mi sento più vicino. Ho vissuto il dono del Sacerdozio con entusiasmo e gratitudine al Signore e alla Chiesa……Ho incontrato fin da bambino santi sacerdoti che mi hanno educato, consigliato e accompagnato sulla strada del sacerdozio: un grazie speciale a Mons. Giuseppe Speranza che mi ha accompagnato al sacerdozio con cuore di padre. ( N.d.R.- Don Giuseppe Speranza fu Economo Spirituale a Locate dall’11 gennaio 1942 all’8 aprile dello stesso anno, prima dell’arrivo di Don Leone Foiadelli). Ringrazio le comunità dove ho esercitato il ministero: Monterotondo Scalo (N.d.R.- Roma), Santa Francesca di Veroli, Gaverina, Valle del Lujo, la parrocchiale di La Paz e Cochabamba e il Seminario di S. José in Bolivia. La fede mi è stata data con la vita, dai genitori e la vocazione è sbocciata quasi naturalmente, ed è andata maturando, senza intoppi, secondo le stagioni volute dal Signore…(…)…però se guardo il Crocefisso, il cuore si colma di fiducia e di speranza. Chiedo perdono…..Anch’io perdono a tutti, di tutto cuore. (N.d.R.- Don Giuseppe fu incarcerato e torturato. Più tardi incontrò, dopo i capovolgimenti politici, il suo torturatore, ora carcerato, che gli chiese perdono). E la morte? Ma io sono contento di morire: meriti ne ho pochi, ma penso di farmi presentare alla SS. Trinità, sulle braccia del Padre che mi ha creato(…) del Figlio(…) e dello Spirito Santo che mi ha santificato. Ci sarà la protezione di Maria SS.ma…..(…)…O bone Jesu fac ut sin Sacerdos secundum cor Tuum-

Don Giuseppe Ferrari- Casa S. Giuseppe- Botta di Sedrina- 10-02-2006.”.

Non servono ulteriori commenti.

Avremmo voluto riportare testamenti spirituali “al femminile”(che pure esistono, anche se rari), ma il tempo e lo spazio non lo hanno permesso. Qualcosa, però, abbiamo trovato e riguarda la Madonna, la quale non ha scritto ed ha parlato poco. Nei Vangeli Maria si esprime soltanto sette volte. Assimilandole alle ultime sette parole pronunciate da Gesù sulla Croce, Fulton Sheen, sotto il titolo, Il silenzio di Maria, scrive: “La prima e la seconda delle parole sono rivolte a un angelo, la terza alla cugina Elisabetta, è un saluto; la quarta è il suo canto, il Magnificat; la quinta e la sesta al Figlio Divino, nel Tempio e alle Nozze di Cana; l’ultima ai coppieri…..E’ molto probabile che nella sua umiltà, abbia chiesto agli Evangelisti di parlare di Lei il meno possibile…benché Ella appaia ancora nel ministero pubblico, accanto alla Croce e nell’effusione dello Spirito Santo sulla Chiesa, alla Pentecoste. Una volta apparso il sole, non c’è più bisogno della luna”.

Noi ci permettiamo soltanto di osservare quale enorme Testamento Spirituale ci abbia lasciato Maria anche semplicemente con la sua quarta parola, il Magnificat. “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore….”.             

Augusto Volonterio

 

 

pag. 10-11

La morte, ombra della vita, è tra le poche certezze dell’uomo; se colpisce, tragica e improvvisa , sconquassa, costringe chi rimane  a ricominciare da capo, con un’altra prospettiva , con altri valori; se arriva in punta di piedi, attesa, sorprende comunque e per un po’ lascia smarriti; il suo pensiero è lontano nella giovinezza, fa capolino di tanto in tanto nella maturità, accompagna i giorni  della vecchiaia. Induce, inevitabilmente, a fare bilanci l’idea di morire:  fa guardare al passato,  soppesare  il buono e il cattivo, il bene seminato ed il male compiuto,  dà l’opportunità di riorientare l’agire,  di rimediare agli errori  e rendere giustizia nel presente, fa guardare ad un futuro che appartiene ad altri, fa  disporre per chi rimane o verrà dopo e  raccoglierà l’ eredità lasciata. Quale eredità? Una vita improntata alla solidarietà con il resto del genere umano, a rapporti interpersonali positivi dentro e  fuori casa, tesa verso valori “alti”….una vita chiusa sugli interessi personali, indifferente, aggrappata a vecchi rancori…:sono strade tracciate, parte integrante di quel  patrimonio ereditario destinato alle persone che più si ama. 

E’ a causa della morte che nella vita  arriva un momento prezioso, importante per sé e per gli altri:  la consegna delle proprie volontà nell’atto del testamento, con il  quale s’intende  dare ” continuità di come abbiamo vissuto e di quello che abbiamo messo insieme”;  purtroppo tante volte lo si intende solo come consegna di beni materiali…ed è proprio sulla divisione dei beni mobili ed immobili che si scatenano liti e dispute infinite tra fratelli, tra parenti, fratture nei legami affettivi e parentali difficili da sanare, situazioni che  nessun padre, nessuna madre vorrebbe  provocare né da vivo né da morto.

 Senza la pretesa di esaurire in poche righe una materia vasta,  tanto da occupare  pagine e pagine del Codice Civile, ci rivolgiamo all’ avvocato Flavio Cospito, per dare alcune informazioni sul “passaggio delle consegne”, poiché la grande  responsabilità che tale atto comporta non ammette errori dovuti a  poca e incerta conoscenza.

 

Cos’è il testamento? Perché si fa? Qual è il momento migliore per farlo?

Il testamento è un atto  mediante il quale una persona lascia, per la sua morte, i suoi beni agli eredi. Solitamente  viene fatto per evitare che dopo la  morte i propri parenti possano litigare  tra loro per la suddivisione del patrimonio. In qualsiasi momento della vita  si può fare testamento, si può anche modificare, ovviamente il testamento  valido è l’ultimo redatto; è tuttavia preferibile  farlo in età giovanile piuttosto che tarda, perché quando si fa testamento molto in là negli anni si dà spazio alla questione della “capacità di intendere e di volere” del testatore e può essere messa in discussione davanti al giudice  la validità dell’atto: spesso gli anziani vengono accuditi da persone esterne alla famiglia e se nel testamento ad esse vengono lasciati dei beni  sorge il dubbio che sia avvenuta una forma di “plagio”. Non è il periodo migliore quello della malattia, è ideale quello della salute  e della tranquillità perché non lascia pensare che il testamento sia stato influenzato da elementi esterni.

Quando bisogna fare testamento?

Non esiste legge che obbliga a fare testamento. L’atto testamentario non è necessario se si intende lasciare l’intero patrimonio agli eredi legittimi( coniuge e figli) che per legge avranno parti uguali; è doveroso e bene invece fare testamento quando non si ritiene  di dover lasciare tutto  ai propri parenti, oppure si vuol riconoscere meritevole uno degli eredi dando di più rispetto agli altri, per cui la parte “legittima” del patrimonio si suddivide in porzioni uguali, e si dà a quell’erede la quota “disponibile”. Il testatore deve naturalmente dividere i propri beni nel rispetto della legge che prevede una quota, solitamente espressa in frazioni, detta “legittima” che va necessariamente ai parenti stretti e una quota  detta “disponibile” che viene lasciata a chi si desidera. I legittimari ( coniuge e figli) non possono essere esclusi dall’atto testamentario; per la quota “disponibile”  il testatore può decidere in favore di opere di beneficenza, donazioni a enti o associazioni. Naturalmente se il testatore non ha nessun ascendente legittimo ( coniuge, figli, padre e madre) può dare tutto il suo patrimonio a chi desidera.

Quali sono le forme di testamento?

Se si deve fare testamento, nel redigere l’atto si può scegliere tra  due forme, l’olografo o il pubblico. Il testamento olografo non necessita della presenza di un notaio né di un testimone, l’importante è che si possa attribuire alla persona deceduta perché scritto interamente  di suo pugno, datato e sottoscritto ( firmato)  dal testatore; l’atto redatto al computer e solo sottoscritto non ha validità. Le modifiche del testamento olografo vanno sempre fatte  con atto scritto di pugno, datato e firmato; l’ultimo testamento annulla le volontà precedenti. L’affidare il testamento olografo ad un esecutore testamentario ( persona  di fiducia o notaio), anziché deporlo in un cassetto può rivelarsi molto utile. L’atto pubblico avviene davanti ad un notaio il quale, come pubblico ufficiale, attesta  che la persona è comparsa davanti a lui e ha dato disposizioni delle sue volontà,  aiuta a fare le varie porzioni secondo la legge.

Quali sono le situazioni che inducono ad impugnare il testamento e ad avviare un’azione legale? E’ possibile prevenirle?

Sono essenzialmente tre le situazioni che si verificano: una è quando si sa che il testamento  è stato fatto, il documento esiste , ma non si trova, si tratta di un atto olografo, redatto e messo in un cassetto, chi lo trova  dovrebbe portarlo dal notaio per renderlo pubblico…si aprono dispute per verificare l’esistenza del documento; l’altra è quando il testatore  non ha stabilito  nel documento in modo chiaro le porzioni o/e usa formule del tipo “ lascio tutti i miei beni a …” oppure “lascio i miei averi per le opere pie, per celebrare le messe , a suffragio dei morti” senza indicare  in modo inequivocabile chi è l’erede a cui devono essere dati i beni ; infine si aprono contenziosi  quando vengono lasciate più sostanze ad una persona che non  fa parte dei legittimari.

Andare da un notaio, che conosce la forma dell’atto e le percentuali delle quote, variabili in base al numero degli eredi, può aiutare a rendere minimo lo spazio del contenzioso, ma non a eliminarlo del tutto: nel tempo che intercorre tra il momento del testamento(soprattutto se si fa da giovani)  e il decesso del testatore spesso avvengono acquisti o vendite di beni, perciò le disposizioni del testamento potrebbero non essere più attuali, teoricamente l’atto testamentario andrebbe di tanto in tanto aggiornato in base alle vicende della vita.

Un testamento è un “buon “ testamento quando….

Un buon testamento è quello che prevede tutte le possibili obiezioni degli eredi, quindi va steso tenendo conto del Codice Civile, le quote vanno assegnate con proporzioni il più possibili corrette, vanno evitate le forme generiche. Richiede insomma tutto l’impegno del testatore, ma anche la disponibilità  degli eredi  a rispettarne la volontà, anche se è molto difficile rinunciare ad una parte di beni, seppur piccola.  

Clelia Tironi

 

pag- 12-13

Come tutti sappiamo l’adolescenza è la fase di passaggio dalla fanciullezza all’età adulta, un’età di mezzo caratterizzata da numerosi cambiamenti sia fisici che psichici che possono determinare nel ragazzo e nella ragazza atteggiamenti di forte esuberanza, ma anche di opposizione e di ribellione a ciò che fino a poco prima veniva accettato passivamente.

Occorre sottolineare che, un conto è vivere da adolescenti oggi, un conto è invece essere stati tali qualche decennio fa.

La famiglia di un tempo era stabile e di tipo patriarcale, le madri stavano a casa e si occupavano a tempo pieno dei figli, la figura paterna era autoritaria  e costituiva un punto di riferimento per la famiglia.

I rapporti con i coetanei erano semplici e privi di antagonismo: le ragazze consideravano certi argomenti come dei tabù, i maschi formavano gruppi all’interno dei paesi, uniti dagli stessi semplici interessi quali la partita di calcio o il mondo del lavoro.

E’ evidente quindi che il passaggio dall’infanzia all’adolescenza e poi all’età adulta avveniva in modo sereno, in un ambiente protetto.

Nella società contemporanea invece questa età è stata addirittura riconosciuta e studiata dagli specialisti come fenomeno di tipo socio- culturale, in quanto è un periodo lungo e difficile di formazione, richiesto dalla società industrializzata: la fase della pubertà si è notevolmente abbassata e coinvolge già bambini degli ultimi anni della scuola primaria; l’adolescenza si prolunga nel tempo perché i ragazzi, completamente appagati dalla vita che conducono “protetti” e “curati” dai loro genitori, ritardano l’ingresso nel mondo degli adulti. La nostra società consumistica in più offre ai giovani modelli tecnologici in continua evoluzione: telefonini, motorini, vestiti che sembrano dare la ricetta della vera felicità, ma che in realtà non li aiuta a sperimentare i sentimenti forti, i veri valori di amore, di rispetto e di passione per la vita. Accanto a questo però, ci sentiamo di dire che i nostri ragazzi vivono un forte desiderio di incontrarsi non solo per esigenze di studio, di lavoro o di divertimento, ma soprattutto per costruire rapporti sinceri, solidali, di amicizia, di sostegno vicendevole.

Può risultare difficile organizzare e dare forma a queste aspettative da soli; ma se consideriamo la realtà del nostro paese, ci accorgiamo di appartenere ad una piccola comunità dove ci si conosce meglio e più in fretta rispetto alla grande città e dove essi possono trovare tante opportunità di incontri guidati all’oratorio, con giovani che si interessano della loro vita, dei loro problemi, dei loro desideri.

Proprio i giovani animatori da noi intervistati ci hanno comunicato che la catechesi degli adolescenti prevede due gruppi distinti per età.

I ragazzi di 14 – 15 anni si incontrano con Stefano, Irene, Giorgio che ci presentano il programma di quest’anno.

Ci troviamo tutti i lunedì sera dalle 20.30 alle 21.30 – 22.00; un lunedì al mese abbiamo un nostro “gruppo biblico” in casa di un ragazzo o di una ragazza,

come appuntamento “serio” per affrontare il vangelo e la proposta cristiana; è l’occasione per far emergere le difficoltà nel vivere la fede per un/una adolescente d’oggi, per discutere dei valori veri del cristianesimo distinguendoli dai pregiudizi o dal pensare comune.

 

Negli altri lunedì sono previste attività più “leggere”, che vogliono avere queste caratteristiche:

-  attenzione al gruppo con attività che aiutino a legare i ragazzi, con attenzione a chi si sente meno parte del gruppo. Da questo punto di vista, ci facilita il fatto che tra le due annate di adolescenti ci sono già amicizie e si conoscono già bene...Non è scontato comunque il saper far gruppo in modo maturo.

 - attenzione ai singoli, cercando di far emergere le capacità e i criteri di giudizio personali; per questa età è più facile un ragionamento “collettivo”, mentre è difficile suscitare una presa di posizione personale. Nelle discussioni vorremmo proprio che tutti parlassero non “tanto per parlare”,ma per far sentire la propria opinione maturata da un ragionamento

 

I temi che tratteremo durante l’anno negli incontri sono i seguenti:

-  Identità : conoscersi e riconoscersi, sapersi descrivere e giudicare evitando il rischio di indossare “maschere”.

- Valori: quali sono i valori (veri e presunti tali) che ci permettono di poter “pesare” una persona. E quindi, in definitiva, quali sono i valori che contano, per quali vale la pena di spendere la propria vita, quanto sono capaci di condizionare le decisioni.

- Affettività: scovare e riconoscere i valori all’interno di un rapporto affettivo e sentimentale.

 

Questi  temi (e altri che eventualmente ci suggerirà l’andamento degli incontri) potranno essere intervallati da incontri “pratici” in vista della preparazione di attività come incontri di preghiera, veglie, animazione per i bambini, attività di volontariato... Queste sono ancora solamente progetti e idee, la possibilità effettiva di metterci all’opera sarà da vedersi nel corso dell’anno.

 

I ragazzi più grandi, di 16 – 17 anni, sempre il lunedì sera, alle 20.30, seguiti da Marco e Federica, sperimenteranno nel corso dell’anno cosa vuol dire diventare protagonisti a tutti gli effetti di quella che è la nostra realtà parrocchiale. Durante gli incontri saranno pensate e organizzate iniziative che li riguarderanno in prima persona, i ragazzi animeranno alcune domeniche pomeriggio in oratorio e cercheranno di mettersi al servizio delle esigenze della nostra comunità.

Gli animatori esprimono la loro fiducia in questi gruppi e nelle loro potenzialità, soprattutto sono convinti che con la giusta spinta possano davvero, mettendosi al servizio dell’altro, dimostrare di essere ormai “ grandi”e pronti a fare il grande salto nel mondo degli adulti.

 Non ci resta altro che fare a tutti un grosso IN BOCCA AL LUPO!

Clelia e Daniela

 

 

pag. 14

Messi Luigi di Fabio e Marangoni Deborah nato il 1/2/2007 e battezzato il 14/10/2007. Padrino: Marangoni Ambrogio, madrina: Messi Cristina.

Costa Emilj di Alessio e Daisj Corti nata il 24/06/07 e battezzata il 21/10/07. Madrine:  Pappalardo Marisa e Consonni Marisa

 Magno Stefano di Andrea e Salvi Michela nato il 9/4/7 e battezzato il 21/10/07 Madrine: Salvi Antonella e Catinella Michela.

  Capolongo Noemi di Michele e Vanessa Rivera nata Il 10 dicembre 2006 e battezzata il 21 ottobre 2007. Madrina: ???

  Teocchi Davide e  Gavazzeni Michela uniti in Matrimonio il 12 Ottobre 2007. Testimoni: Teocchi Giovanni, Albani Mauro,  Gavazzeni Emanuel  e Gavazzeni Cinzia

 

 Capitanio Luigi di anni deceduto il

 

Pag. 16

 

Diversi i motivi di festa nella solennità del Rosario: i cinquantenni, classe 1957, don Vittorio Rota, nostro concittadino, neo parroco di Caprino Bergamasco, don Giovanni Comi, già parroco del Villaggio Santa Maria nel saluto ai suoi confinanti e ancora, la grinta di Padre Natale nell’affrontare il Magnificat nelle sue caleidoscopiche sfaccettature.  Con una processione conclusiva sulle nuove strade di Locate per salutare le tante famiglie che hanno visto per la prima volta passare tra le loro case la nostra Madonna del Rosario, resa ancor più bella dalla quasi totalità della popolazione che ha partecipato con tanta devozione.

 

 

Con la distribuzione del presente numero di Idee e Fatti vengono raccolti gli abbonamenti. Lo sforzo di mantenere la qualità nell’aspetto editoriale richiede una certa spesa: confidiamo nella generosità di tutti. Facciamo conoscere alle numerose nuove famiglie di Locate il nostro notiziario!

 

 

 Il numero 46 del settembre 2007

Carissimi, con la festa della madonna del Rosario iniziamo il nuovo anno pastorale.  Lo iniziamo, dunque, sotto lo sguardo materno della Madonna, e vogliamo impegnarci  a vivere la fede, ponendo l’accento sul vissuto quotidiano, sulla concretezza degli atteggiamenti, delle scelte e delle azioni di ogni nostra giornata.

Proprio questo vissuto rappresenta per tutti noi la forma assolutamente necessaria della nostra testimonianza a Cristo e al suo Vangelo. Ci domanderemo  con umiltà e coraggio: come è possibile ascoltare veramente la Parola di Dio, se questa non diviene luce e forza nel nostro cammino di vita? se non fruttifica nelle parole e nelle scelte e nei gesti di ogni nostra giornata? Come è possibile incontrare personalmente il Signore Gesù nella preghiera e nei sacramenti, se questo incontro non diviene energia che cambia la vita, che trasforma l’esistenza, rendendola un’immagine trasparente ed eloquente di Gesù e del suo Vangelo?

Siamo dunque chiamati ad essere testimoni di Gesù risorto nel mondo con il nostro vissuto quotidiano, con le “opere buone”, che fanno splendere di luce la nostra vita anzitutto davanti al Padre che è nei cieli e per la sua gloria (cfr. Matteo 5, 16).

Ma ciò è possibile unicamente perché Gesù – che è «la luce del mondo» (Giovanni 8, 12) –, ci unisce a tal punto a sé da costituire anche noi, nelle fibre più profonde del nostro essere, «luce del mondo»: «Voi siete la luce del mondo» (Matteo 5, 14). La nostra, allora, è una luce che ci viene donata, è una vera e propria grazia, è una nuova e originale identità che ci viene impressa, è una straordinaria dignità regalataci dal Signore.  Per questo, dal dono ricevuto siamo fortemente sollecitati a vivere nella fedeltà e coerenza con il nostro stesso essere.  Non ci sono alternative: solo con il nostro vissuto quotidiano possiamo confessare la nostra fede in Cristo e rendergli testimonianza;  infatti la prima, necessaria, irrinunciabile, possibile e doverosa testimonianza al Vangelo è la vita di ogni giorno, una vita nella quale “seguiamo Cristo”, ci “rivestiamo” di lui, siamo mossi dalla sua carità, ascoltiamo la sua parola, obbediamo alla sua legge, entriamo in comunione di vita con lui, diventiamo suoi “amici”, ci lasciamo animare e guidare dal suo Spirito. In una parola, viviamo nella grazia di Dio  e camminiamo verso la santità.

Questo è veramente meraviglioso, perché a tutti noi, nessuno escluso – anche ai più piccoli, alle persone inferme e sofferenti, a quanti sembrano tagliati fuori da ogni forma di presenza e di attività –, è data la possibilità di rendere a Cristo la testimonianza più splendida e feconda: quella della nostra vita, che tramite il mistero della Comunione dei Santi diviene ricchezza spirituale per tutti e, dunque, contributo prezioso per l’edificazione del Regno di Dio nella storia.

Ma questo è anche estremamente esigente, perché a ciascuno di noi chiede l’impegno quotidiano della coerenza tra le scelte e le azioni della nostra vita e la sequela coraggiosa di Cristo: una coerenza che sola può rendere credibile e incisiva la testimonianza del cristiano.

In una parola conclusiva: per essere trasparenza luminosa di Cristo – capaci cioè di “far vedere” Gesù e di “farlo incontrare” da quanti operano e vivono con noi – dobbiamo vivere le beatitudini evangeliche che mediteremo nei gruppi biblici nelle case,  anche nelle più piccole esperienze e realtà della vita di ogni giorno. Gesù vuole che la Chiesa, in tutti i suoi membri, sia “il popolo delle beatitudini”, e dunque un popolo profetico che fa risuonare nella società e nel mondo un annuncio nuovo, alternativo, rivoluzionario rispetto ai tanti “idoli” e alle tante “schiavitù” da cui è segnata la cultura oggi dominante.  A tutti, alle nuove famiglie appena giunte tra noi, buona ripresa e buon cammino.

Don Giulio

 

pag. 2

Festa del  Rosario

Giovedi  4 ottobre san Francesco

ore 14.30: confessioni  ragazzi elementari;

ore 15.00: confessioni ragazzi medie;

ore 17.30 santa messa concelebrata solenne con omelia del padre predicatore;

ore 20.30 lectio divina con meditazione del padre predicatore.

Venerdì 5 ottobre

primo venerdì del mese

ore 6.30 santa messa con breve omelia del padre predicatore;

ore 9.30 santa messa concelebrata con  omelia del padre  predicatore e presenza ammalati della comunità; tempo di confessioni individuali;

ore 15.00 santo rosario meditato; 

ore 15.30 confessioni per tutti;

ore 20.30: celebrazione penitenziale per adulti.

Sabato  6 ottobre

primo sabato del mese

ore 9.30 santa messa concelebrata;

ore 10.00-12.00 confessioni individuali;

ore 15.00-17.30 confessioni individuali; 

ore 17.30 santa messa solenne con omelia padre predicatore;

ore 20.30 Meditazione musicale in preparazione alla solennità del Rosario.

Domenica  7  ottobre:

sante messe ore 8.00; ore 9.30; ore 11.00 (accompagnata dalla scuola di canto  e  con la presenza dei cinquantenni) e ore 17.30;

ore 15.00: vespri solenni cui  segue la processione con il seguente percorso:  via Rimembranze, via don Allegrini,  via Colombo, via Boccaccio, via don Foiadelli; via  Allegrini; via Rimembranze; il simulacro della vergine sarà portato dai cinquantenni (i nativi della classe 1957);  parteciperà la banda di ...

Si invita ad addobbare in bianco e azzurro lungo il percorso della processione.

Presso l’oratorio è allestita la pesca di beneficenza.

 

 

pag. 3

In cammino verso i sacramenti

Prime Comunioni

Lunedì 24  settembre ore 20.30 auditorium di Locate: figura del padre e della madre; i no che aiutano a crescere. Relatore:  don Giuseppe Belotti, psicologo.

14 ottobre: Relatore don Carlo Tarantini.

11 novembre: Relatore don Carlo Tarantini.

9 dicembre: Relatore  don Carlo Tarantini.

10 febbraio: il sacramento dell’eucarestia. Relatore  don Giulio Albani   

Domenica 6 aprile: giornata di fraternità a Baccanello guidata da fra Enzo Maggioni  per bambini e genitori. 

1 maggio: giornata di affidamento a Maria a Sotto il Monte Giovanni XXIII.

lunedì 2  giugno ore 10.30: celebrazione del sacramento dell’eucarestia.

 

Prime confessioni

Lunedì 24  settembre ore 20.30 auditorium di Locate: figura del padre e della madre; i no che aiutano a crescere. Relatore:  don Giuseppe Belotti, psicologo.

14 ottobre: Relatore don Carlo Tarantini.

11 novembre: Relatore don Carlo Tarantini.

9 dicembre: Relatore  don Carlo Tarantini.

24 febbraio:  il sacramento della confessione. Relatore  don Giulio Albani  

1 maggio: giornata di affidamento a Maria a Sotto il Monte Giovanni XXIII.

domenica 1 giugno ore 16.00

celebrazione del sacramento della confessione. 

 

Sante Cresime

Lunedì 24  settembre ore 20.30 auditorium di Locate: figura del padre e della madre; i no che aiutano a crescere. Relatore:  don Giuseppe Belotti, psicologo.

14 ottobre: Relatore don Carlo Tarantini.

11 novembre: Relatore don Carlo Tarantini.

9 dicembre: Relatore  don Carlo Tarantini.

17 febbraio: il sacramento della cresima. Relatore don Giulio Albani.  

Domenica 27 aprile ritiro a con la comunità shalom di Palazzolo  a Villa d’Adda.

1 maggio: giornata di affidamento a Maria a Sotto il Monte Giovanni XXIII.

Domenica 8 giugno ore 16.00: celebrazione del sacramento della cresima.   

 

Prima elementare

Lunedì 24  settembre ore 20.30 auditorium di Locate: figura del padre e della madre; i no che aiutano a crescere. Relatore:  don Giuseppe Belotti, psicologo.

14 ottobre: Relatore don Carlo Tarantini.

11 novembre: Relatore don Carlo Tarantini.

9 dicembre: Relatore  don Carlo Tarantini.

20 gennaio incontro con don Giulio

Da domenica 10/02 al 16/03 dalle ore 10.00 alle ore 11.00 catechesi con la classe.

 

pag. 4-5

«Gli undici discepoli, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato. Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitarono. E  Gesù  avvicinatosi disse loro: - Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e fate discepole tutte le nazioni,  battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito  Santo,  insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo». (Mt. 28,16.20)

 

Gesù  ha dato appuntamento ai suoi discepoli e ora lo dà a noi; anche noi lo accogliamo come loro rispondendo al suo invito: andate dunque…   sono con voi…  insegnate!

Ci  sentiamo protagonisti della stessa scena avvenuta duemila anni fa perché la fine del racconto narrato da Matteo è anche il punto di partenza rivolto al futuro, dove la persona di Gesù  è assicurata come una presenza permanente: “Ecco io sono con voi fino alla fine del mondo”.

Anche quest’anno, per la terza volta, continuerà la lettura del Vangelo nelle case, certi che la presenza di Dio in mezzo agli uomini, incarnata nella persona di Gesù, non è limitata a qualche decennio al tempo di Augusto, ma continua attraverso i secoli, per sempre.

In questi incontri impareremo a conoscere sempre meglio Gesù  di Nazareth non come un personaggio del passato alla stregua di Alessandro Magno o Napoleone, ma come una persona  che è in mezzo a noi fino alla fine del mondo.

Si leggeranno alcuni capitoli del Vangelo secondo Matteo centrati sul “Discorso della montagna” cioè la narrazione di un avventura, di una storia che ha come punto di arrivo la storia di Gesù, di come lui ha vissuto, di come è morto, di come è ancora vivente nel mondo.

In queste pagine Gesù  parla e presenta  le esigenze del regno di Dio aiutandoci a capire che se vogliamo farne parte, dobbiamo proprio ascoltare questi capitoli: “…beati i poveri di spirito…beati gli afflitti… beati i miti…beati quelli che hanno fame e sete della giustizia…beati i misericordiosi…”Essi sono la regola del regno di Dio.

Tutto quello che viene dopo è la spiegazione di come la vita dell’uomo possa sintonizzarsi sulla lunghezza  d’onda del regno di Dio.

Perciò: «Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerà nel regno dei cieli»;  ancora: «Avete inteso che fu detto: occhio per occhio, dente per dente; ma io vi dico…se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra…». Sono tutte indicazioni forti  e le folle che lo ascoltavano rimanevano stupite e anche noi oggi lo siamo, perché capiamo che Gesù  parla di esperienza propria e conosce la volontà di Dio.

Nei sette incontri impareremo ad accogliere con gioia il dono di Dio; a diventare disponibili nei confronti dei fratelli come risposta a questo dono; a testimoniare di fronte al mondo ciò che grazie a questo dono si è diventati; ad essere veri nelle proprie relazioni; a rispondere al male con il bene; ad agire nella gratuità; a sentire ogni uomo come fratello; ad abbandonarci alla provvidenza del Padre.

Come sempre, alla lettura seguiranno la spiegazione contestuale e il commento personale riferito alla propria vita.

Ci sarà un’ulteriore occasione per capire che la vera beatitudine non si trova negli atteggiamenti e nelle situazioni umane, ma nella presenza e nell’azione salvifica di Dio, come ci testimonia la felicità che traspare dall’esistenza di tanti uomini e tante donne che hanno accolto la Sua Parola.

Clelia e Daniela

 

Con chi e dove?

     Animatori                                                     Famiglia ospitante            Indirizzo

1            Ricciardi Amelia - Faucher Elisabetta                                 Beretta Bortolo                                          Via Puccini, 11

2          Capitanio Gianbattista  - Volonterio Augusto                      Cortinovis - Bolis                            Via Don Mazzolari, 1

3             Gualandris Annamaria - Menghini Maria                                  Caravina - Colombi       Via Pascoli, 2

4            Gandolfi Pietro - Gambirasio Elisa                                      Tasca - Bonanomi                                   Via Don Ceresoli, 3

5            Suor Anna - Ravasio Annalisa                                    Gualandris Santina                   Via Mapelli, 11

6            Bonanomi Flavio - Filippi Piero                              Baldi -Colleoni                                Via Allegrini, 9

7 Pezzotta Pierangelo  - Suor Erminia                                                                          Rota Graziosi -Nava                                            Via Colombo, 5/a

8             Gualandris Umberto - Pedruzzi Pierina                                                           Masper - Preda                                     Via Colombo, 24

9            Capitanio G.Pietro - Togni Rina                                                      Galgliano- Suardi                         Via Foiadelli,27

10                   Stucchi Donatella - Divincenzo M.Lucia                                                Carnemolla P.                                                  Via ?????

11          Togni Ettore                                                                          Caccia - Rota                                       Via Ungaretti, 2

12        Stroppa Eleonora - Donizetti Sabrina                                       Togni Marianna                             Via Diaz, 31

13        Menghini Luciano - Vanotti Vittorio                                          Alessio -Capitanio                    Via Grandi, 6

14        Gambirasio Daniela - Capitanio Clelia                                                               Pedercini - Fogleni                   Via Colombo, 44

15                    Capitanio Enrico - Viaro Elisabetta                                          Capitanio - Viaro                           Via N. Barrè, 30

16        Capitanio Gabriele - Zanchi Stefania                                                                                                   Valsecchi -Beretta                          Via Pesenti,23

17          Scarpellini Mario - Ceruti Rosanna                                                                                                                            Valsecchi -Mangili             Via Leopardi               

18        Rottini Pierluigi - Zanconato Lieta                                                  Rota - Peruta                                             Via Marco Polo

19        Capitanio Stefano-Perico Giorgio - Maffeis Irene     Menghini                           Via Colombo, 5a

20        Gandolfi Marco - Fumagalli Federica                                         Rota                                                  Via Gaudenzio, 9a

21        Pelizzari Giancarlo -  Angioletti Chiara                                    Oratorio                              Via Rimembranze

 

pag. 6-7

Nell’animo di ogni giovane, uomo o donna che sia, è profondo il desiderio dell’incontro dell’altro, della cosiddetta (erroneamente) anima gemella, per iniziare una nuova storia di vita , non più da figli. Si poteva parlare, fino a qualche anno fa, di aspirazione a formare una nuova famiglia, fondata sul sacramento del matrimonio, affidata quindi a Dio e alla promessa di amore fedele e duraturo: un modello di famiglia dove la storia umana si colloca in relazione al divino, elevandosi e traendone forza e stabilità. Se l’ aspirazione è rimasta immutata, non si può affermare del modello, che è cambiato, dapprima restringendo  lo spazio del divino fino ad eliminarlo, lasciando l’umano: la storia d’amore tra uomo e donna è solo storia umana, con tutte le inevitabili fragilità. Si è giunti a mettere in dubbio il bene della famiglia contrapponendo ad essa altri “ modelli”, altri “stili di vita” basati sul non impegno, sulla non permanenza, sulla non fedeltà , esaltando l’individuo, i suoi interessi e il suo piacere.

Papa Giovanni Paolo II, che ai giovani e alla famiglia guardava con particolare predilezione, consapevole delle difficoltà  attraversate dalla famiglia tradizionale  e dai pericoli incombenti, agli inizi degli anni ottanta,  con l’Esortazione Apostolica Familiaris consortio sottolineava l’identità della famiglia fondata sul matrimonio: è comunità di vita e di amore coniugale; in una fedeltà senza riserve, l’uomo e la donna si danno l’uno all’altro e si amano con amore aperto alla vita; non è il prodotto di una cultura, il risultato di una evoluzione, un modo di vita comunitario legato ad una certa organizzazione sociale, essa è un istituto naturale, anteriore ad ogni organizzazione politica o giuridica, prende la propria consistenza da una verità da essa prodotta, perché voluta direttamente da Dio.

 “Famiglia diventa ciò che sei!”: con questa esclamazione  il Santo Padre invitava le famiglie del mondo intero a ritrovare in se stesse  la propria verità e a realizzarla in mezzo al mondo; aggiungeva: “Famiglia credi in ciò che sei!”  Architettura di Dio, la famiglia è anche architettura dell’uomo, impegno dell’uomo nel disegno divino.

Il vescovo scomparso don Tonino Bello sosteneva: “Gli sposi cristiani sono un’icona vivente della Trinità, attraverso la loro vita si può contemplare il volto di Dio, capire un po’di più chi è Dio, qual è la sua natura profonda.”

E’ possibile “credere nella famiglia, perché ogni storia  di vero amore è una storia abitata da Dio: Dio si è compromesso con gli sposi nel sacramento e, dal momento che egli è Dio fedele, non li abbandona più, nemmeno quando la loro vicenda  diventa difficile o si impoverisce.

Dopo la pubblicazione della Familiaris consortio l’interesse nella Chiesa per la famiglia si è accentuato, la pastorale familiare è diventata per Diocesi e Parrocchie obiettivo prioritario e ha iscritto al primo grado delle sue preoccupazioni il far maturare “fede nella famiglia”, sostenendo innanzitutto le giovani coppie.  Molte di esse partono con entusiasmo, sufficiente motivazione  e preparazione spirituale, ma non trovano accompagnamento nei primi difficili anni del matrimonio, quando le difficoltà e gli imprevisti sono molti  e la fatica provoca  stanchezza e scoramento; sono gli anni nei quali la coppia si può consolidare  anche attraverso le prove, ma può  anche sperimentare  un pericoloso senso di solitudine; perché maturi in sé gli anticorpi ai tanti pericoli e alle tentazioni  è importante che viva una rete di relazioni costruttive  e trovi punti di riferimento nei quali operare  quel confronto che apre orizzonti nuovi alla formazione nella relazione coniugale e nella responsabilità genitoriali, sociali ed ecclesiali.  Le esperienze dei gruppi-famiglie, nate grazie all’opera di movimenti, associazioni e parrocchie, dimostrano che dove la coppia è agganciata a solidi punti di riferimento sia nelle relazioni sociali sia nel cammino di ricerca, di scambio e di verifica con altre famiglie, essa corre meno il rischio della crisi irreversibile, perché possiede l’attrezzatura psicologica e spirituale  che la rende capace di superare  i difficili passaggi del cammino coniugale e familiare.

La Parrocchia di Locate si colloca tra quelle che investono nell’ esperienza del gruppo-famiglie da parecchi anni: la proposta dapprima rivolta non solo a coppie giovani, negli ultimi anni interessa le coppie da 0 a 10 anni di matrimonio; l’invito viene rivolto a tutte, negli ultimi tre anni si è formato un gruppo stabile di sei coppie che si incontrano mensilmente nell’abitazione di una di esse, un’altra si impegna a preparare la preghiera che precede sempre la condivisione  di pensieri e vissuti su un tema di solito inerente le difficoltà nelle relazioni coniugali e i sentimenti; una coppia collabora nella preparazione al matrimonio dei fidanzati  con la sua presenza e testimonianza, per tutte c’è l’impegno a pregare giornalmente insieme nella propria casa, invocando lo Spirito Santo. Le sei coppie, che presto diverranno otto ( e si auspica anche di più),  si possono identificare  nella comunità parrocchiale  come le coppie “nuove” del documento Carta di vita per coppie “nuove”, strumento di riflessione nei loro prossimi incontri, guida pratica  e incoraggiante per il cammino verso la santità della coppia cristiana. Le coppie “nuove” si pongono come impegno “tendere alla comunione  del cuore, avendo Gesù in mezzo a noi, ogni giorno e per tutti i giorni della vita” per non aspirare alla santità nonostante  il matrimonio, nonostante il marito, la moglie, i figli…poiché “il matrimonio è fonte propria e mezzo originale di mutua santificazione per i coniugi.”(Familiaris Consortio n.56)

Clelia Tironi

 

Pro Oratorio

Debito residuo da pagare al 17 maggio 2007 Euro 638.154,27  

Nn          Euro 100,00

Chiesa  Brugale                          Euro 150,00

Viganò Camilla               Euro 100,00

Nava Maria                     Euro 50,00

Nn                      Euro 50,00

Nn                      Euro 500,00

Nn                      Euro 220,00

Nn                      Euro 200,00

Giovani Suonatori ai Matrimoni    Euro 100,00

Torte Giugno                  Euro 165,00

Gruppo Teatro                Euro 400,00

Chiesa Brugale               Euro 300,00

Gruppo Alpini                Euro 600,00

Maria Brena        Euro 160,00

Nn          Euro 20,00

Nn                      Euro 1.000,00

Nn                      Euro 150,00

Nn                      Euro 50,00

Nn                      Euro 300,00

Nn                      Euro 200,00

Lotteria               Euro 200,00

Buste Giugno    Euro 1.620,00

Nn                      Euro 300,00

Nn                      Euro 90,00

Nn                      Euro 1.000,00

Nn                      Euro 50,00

Nn                      Euro 300,00

Nn                      Euro 300,00

Nn                      Euro 250,00

Nn                      Euro 300,00

Nn                      Euro 300,00

Nn                      Euro 150,00

Lotteria Maria Sala          Euro 225,00

Ammalati            Euro 50,00

Gruppo Rosarianti          Euro 150,00

Lotteria Nn                     Euro 100,00

Pedruzzi Pierina            € 100,00

Ammalati          € 30,00

Bonanomi Rosina         € 400,00

Debito residuo da pagare al 16/09/07    Euro 627.424,27

 

pag. 8-9

Don Giuseppe Foglieni: 1903-1918

 

Era uno dei pochi parroci nativi di Locate, don Giuseppe Foglieni. Nato il 15 ottobre del 1872, fu professore in seminario e parroco di Peia. Il 25 luglio 1903 si candidò per la vacante parrocchia di Locate (a seguito della morte di don Luiselli) e vinse il concorso, grazie anche alle ottime referenze fornite dal rettore del seminario (Don Davide Re). Fu, quindi, il diciassettesimo parroco di Locate, eletto il 20 agosto 1903. Fece la sua entrata solenne nella nostra parrocchia il 13 novembre 1903, giorno del Patrono, S.Antonino M., “…tra l’esultanza di tutti i locatesi che già lo avevano visto chierico sollecito per il decoro della casa di Dio e devoto...

L’anno successivo alla nomina, provvide a restaurare (pare a sue spese) la casa parrocchiale e a mettere ordine nell’archivio parrocchiale, lasciato piuttosto nell’abbandono dai suoi predecessori. Riporta, don Leone Maestroni, (Cronaca Locatese) che il 21 aprile del 1904, il nuovo parroco ottenne “la erezione della Congregazione del 3° Ordine francescano e, nel 1905 il 23 giugno, la Indulgenza della Porziuncola per tutti coloro che confessati e comunicati avessero visitato il 2 agosto la chiesa di S. Antonino M...  

Era vescovo, allora, monsignor Radini Tedeschi, che tanto fu decantato da Papa Giovanni. Il vescovo fece visita pastorale a Locate Bergamasco il 13 giugno del 1906. In quella occasione don Foglieni espose le varie difficoltà che la parrocchia locatese incontrava per le “ingerenze del parroco di Ponte S. Pietro”. Era principalmente una questione di confini già fatta rilevare a suo tempo in Curia da don Luiselli. Nel 1910 la diatriba fra i due parroci si accentuò perché il parroco di Ponte “si arrogava il diritto di esercitare il suo ministero parrocchiale apertamente anche sui Locatesi che risiedevano ai confini.” La faccenda assunse aspetti tragicomici, fino ad arrivare al trafugamento, durante la notte, di un cadavere che fu portato nella chiesa di Ponte per dimostrare la “volontà del defunto di appartenere a quella parrocchia”. Detto tra noi: probabilmente il defunto era estraneo alla faccenda! Come in tutte le questioni il vincitore è sempre il più forte e il “torto” fu dato a Locate. E’ pur vero che le stesse mire espansionistiche Pontesanpietrine si manifestarono anche nei confronti delle parrocchie confinanti di Presezzo, Brembate, Curno (allora Curdomo) e Mozzo (pure Curdomo). E’ vero anche che Ponte S. Pietro, già dal 1850 circa, si stava estendendo sulle rive del Brembo sia da un lato che dall’altro, pur non avendo territorio al punto tale che nel 1867 la parrocchia di Ponte seppelliva i propri morti in un cimitero che sorgeva dove oggi c’è la stazione ferroviaria. Il terreno era stato donato dalla parrocchia di Locate Bergamasco.

Don Giuseppe Foglieni, essendo nativo di Locate, conosceva a fondo i problemi del territorio e della Parrocchia unitamente al carattere tenace dei suoi abitanti. Non gli piaceva, pertanto, che “pestassero sui piedi” suoi e dei suoi parrocchiani. Tutto ciò non impediva al nostro parroco di svolgere egregiamente la sua missione parrocchiale, coltivando pure le tradizioni locali. Si racconta che nel 1911 fu celebrata “in grande” la ricorrenza dei 500 anni di permanenza delle reliquie di S. Gaudenzio in parrocchia. Lo stesso monsignor Radini-Tedeschi, durante la visita pastorale del 1906, aveva auspicato che le reliquie del Santo fossero conservate e venerate “con decoro”. Il vescovo era informato che la chiesa di Locate era titolata a S. Antonino Martire, lo stesso protettore di Piacenza, sua città natale. Il vescovo regalò alla parrocchia di Locate una reliquia di proprietà della sua famiglia. Le reliquie di S. Gaudenzio furono inserite in una “bellissima urna munita di cristalli, frutto di una sottoscrizione che interessò tutte le categorie di persone, dai contadini ai primi operai degli stabilimenti Legler e delle Filande”. Fu acquistato anche un bellissimo stendardo da parte della Confraternita del S.S. Sacramento. Lo stendardo viene, ancor oggi, chiamato “il bello” (ol bel) per distinguerlo da quello vecchio. Nel 1910 anche la famiglia dei Conti Mapelli-Mozzi di Sottoriva donarono alla chiesa una Croce dorata con pietre preziose e una Croce d’argento con il Cristo.

Ma nubi di guerra si addensano anche sui cieli di Locate, la cui amministrazione comunale è costretta a concedere gratuitamente 7 mq. di acqua al giorno all’Aeroporto già nel 1914. La guerra scoppierà nel 1915, quando gli abitanti della nostra comunità erano 787. I richiamati alle armi 63, quasi il 10 per cento della popolazione. Marcarono, quindi, molte braccia al lavoro nei campi. Ben 48 famiglie di Locate si trovarono senza sostentamento e dovettero ricorrere al “sussidio comunale”. Molti non tornarono. In una nota al vescovo di allora Don Foglieni fa rilevare l’impossibilità di stendere l’atto di morte per bel 11 soldati di Locate caduti nella presente guerra. Anche la popolazione paga un grosso tributo, per cause di guerra e povertà: denutrizione, malattie e altro. Già nel 1914 l’anagrafe registra 16 morti (dei quali 10 bambini); nel 1915, 18 morti ( 10 bambini); nel 1916, 16 morti ( dei quali 9 infanti e 1 ragazzo); nel 1917, 17 morti (dei quali 12 infanti); nel 1918, 32 morti ( dei quali ben 17 bambini e 1 militare); nel 1919, 20 morti (dei quali 9 bambini e 1 solo militare). Realmente la popolazione di locate non doveva passarsela molto bene, sia per la mancanza di “braccia” giovani, sia per la requisizione di animali da parte dello Stato per il vettovagliamento dei combattenti (Per la cronaca a locate c’erano in quel periodo: cavalli 33, asini 10, buoi 20, vacche 131, vitelli 34, suini 12). Di alcuni militari si viene a sapere che sono morti, come per Togni Giuseppe, classe 1897, matricola 8214, sull’Ortigara il 26 luglio 1917, seppure dichiarato “disperso”. Previtali Daniele, muore in prigionia presso Innsbruck di “dissenteria e miocardite”( è probabile che fosse colera o tifo nero) il 19 giugno 1918, ma si verrà a sapere soltanto l’anno dopo dall’Ufficio per le Notizie alle famiglie dei Militari. Il tramite naturale tra le famiglie dei dispersi e l’Ufficio era il parroco che aveva, poi, il triste compito di dare le cattive notizie…

L’Apostolato fu, comunque, l’impegno principale di Don Giuseppe Foglieni, nonostante la Prima Guerra Mondiale e le contestazioni verso il parroco di Ponte S. Pietro. Il sacerdote doveva essere preciso, infaticabile e dedito alla sua Chiesa, supportato in ciò dal sostegno dei parrocchiani.

Ci piace, a questo punto, riportare a conferma, quanto meticolosamente è descritta la composizione dello stendardo della Confraternita del S.S. Sacramento. “…Nel 1907 la Confraternita ebbe il suo stendardo…misure: 120 x 190…confezionato dal signor Angelo Vanenti di Milano…Costo: L. 1.300…celeste ricamo in oro fin 990 misso a galloni oro fino, avente al centro un dipinto all’acquarello su raso di seta bianco rappresentante Maria Ausiliatrice colle figlie di Maria in velo bianco, con decorazioni ricamate in oro. La partita bianca…avente un dipinto…rappresentanti S. Agnese e S. Lucia in adorazione del S.S. Sacramento, cioè l’ostensorio di ricamo in oro fino con raggiera”.(Da Cronache Locatesi- Don L. Maestroni).

Don Giuseppe Foglieni non conclude la sua Mission a Locate: le sue capacità e dedizione inducono la Curia a nominarlo parroco di Martinengo. Lascia perciò la nostra parrocchia il 12 agosto 1918.

Augusto Volonterio

 

pag- 10-11

Per conoscere che cosa è il “Perdono d’Assisi” chiamato anche” Indulgenza  della Porziuncola” occorre fare un salto indietro di alcuni secoli e, arrivati all’anno 1216, sostare in silenzio di fronte all’evento miracoloso e misterioso accaduto.

Una notte di quell’anno, Francesco era immerso nella preghiera e nella contemplazione nella chiesina della Porziuncola, presso Assisi, quando improvvisamente dilagò una vivissima luce e Francesco vide sopra l’altare il Cristo e  sua Madre circondati da una moltitudine di angeli.

Francesco adorò in silenzio con la faccia a terra il suo Signore! Gli chiese che cosa desiderasse per la salvezza dell’anima.

La risposta di Francesco fu immediata: “Santissimo Padre, benché io sia misero peccatore, ti prego che a tutti quanti, pentiti e confessati, verranno a visitare questa chiesa, gli conceda ampio e generoso perdono, con una completa remissione di tutte le colpe”.

“Quello  che tu chiedi, o frate Francesco, - è grande – gli disse il Signore, - ma di maggiori cose sei degno e di maggiori ne avrai, accolgo quindi  la tua preghiera, ma a patto che tu domandi al mio vicario in terra questa indulgenza.

Francesco si presentò subito al pontefice Orazio III° che in quei giorni si trovava a Perugia e gli raccontò la visione avuta. Il papa lo ascoltò con attenzione e diede la sua approvazione.

Felice si avviò verso la porta, ma il Pontefice lo richiamò: “Come, non vuoi nessun documento?”

E Francesco: “Santo Padre a me basta la vostra parola! Se questa indulgenza è opera di Dio, Lui penserà a manifestare l’opera sua, io non ho bisogno di alcun documento, questa carta deve essere la Santissima  Vergine  Maria, Cristo il notaio e gli angeli i testimoni”. Un dono grande, quello ottenuto da Francesco, che continua a perpetuarsi.

Ancora oggi possono ricevere l’indulgenza del Perdono d’Assisi tutti coloro che confessati e comunicati, sinceramente desiderosi di vivere in obbedienza alla volontà di Dio e in amicizia con lui nella Chiesa, visiteranno da mezzogiorno del 1 agosto alla mezzanotte del 2 agosto una chiesa parrocchiale o francescana, fermandosi a pregare il Padre nostro, il Credo, e formulando una preghiera secondo le intenzioni del Papa. Nel santuario della Porziuncola, ad Assisi, invece, grazie anche ad uno speciale decreto della Penitenzieria Apostolica datato 15 luglio 1988 (Portiuncolae sacrae aedes) si può ottenere l’indulgenza  alle medesime condizioni, durante tutto l’anno, una sola volta al giorno.

Abbiamo avuto l’incarico di cercare informazioni su come questa devozione è stata attuata nella nostra parrocchia.

Abbiamo scoperto che è iniziata a Locate esattamente 82 anni fa grazie alla disponibilità della famiglia Mazzola.

Il signor Battista e la moglie Maria ripercorrono i momenti più significativi di questo servizio  lasciato loro in eredità dal nonno, passato di padre in figlio, custodito e fatto lievitare con semplicità, passione, dedicando tante ore serali per riordinare i registri e tanti giorni per incontrare gli iscritti.

 “Correva l’anno 1925 quando il mio papà Geremia, ricevette da suo padre il compito di tenere in ordine il quadernone delle ricevute che allora erano solo alcune decine, nel 1951 passò le consegne a mia sorella Antonietta che dopo qualche anno, quando si sposò e si trasferì a Milano, lasciò l’impegno alla sorella più giovane, Maria, continuando il servizio nella nuova parrocchia.

Anche  Maria si appassionò al suo compito e quando si sposò e mise su casa a Mapello, a malincuore dovette consegnare tutto al curato Sfardini.

A questo punto entro in campo io: ricordo che verso il mese di giugno ho chiesto a Don Sfardini se il “Perdono d’Assisi” fosse in ordine; il curato, per tutta risposta, mi restituì registro ed elenco, nominandomi sul campo incaricato a tutti gli effetti.

Il giorno dopo, inforcai la bicicletta, feci il giro delle case e riuscii a consegnare in tempo tutti i documenti all’incaricato diocesano.

Così anno dopo anno io e mia moglie abbiamo continuato a tener viva questa preziosa tradizione, suddividendo l’impegno in due tempi: nel mese di gennaio dopo cena toglievo dal cassetto i registri e trascrivevo il nome degli iscritti sulla matrice e sulla ricevuta, in ordine alfabetico; in primavera, verso aprile-maggio, mia moglie col pretesto di portare a passeggio il nipotino, percorreva una via diversa ogni giorno, cercava le persone interessate e raccoglieva i soldi, infine consegnava la ricevuta; al mio ritorno dal lavoro mi aggiornava sulle persone che non aveva trovato in casa, così io completavo il giro nelle vie più lontane, e mi fermavo dagli iscritti mancanti all’appello.

Ci sentivamo soddisfatti ogni volta che consegnavamo all’incaricato dell’ufficio situato in piazza Pontida i registri bene in ordine. In questi anni il numero degli iscritti  è aumentato notevolmente, precisamente ques’anno sono trecentosessanta persone, spesso famiglie intere che si passano il testimone da una generazione all’altra, creando vincoli di fede, di preghiera.

Il giorno 2 agosto, nella basilica di S. Alessandro, è celebrata la festa del Perdono di Assisi, migliaia di fedeli partecipano alla liturgia e pregano per i vivi e per i morti; in parrocchia il 6 settembre sarà celebrata una messa in suffragio dei defunti iscritti a tale associazione.

Io e mia moglie abbiamo svolto questo servizio con tanta passione, ma è arrivato il momento di ritirarci: le forze fisiche sono quelle che sono; siamo comunque contenti di sapere che quest’opera continuerà nella nostra comunità grazie alla disponibilità del signor Giampietro  Capitanio.    

 Clelia e Daniela

 

GRUPPO ROSARIANTI

Sono ormai otto anni che Don Giulio mi ha incaricata di guidare il gruppo delle rosarianti; ho accettato volentieri questo impegno che a Locate è una tradizione sentita, nata tanti anni fa e portata avanti con devozione e amore per la Santa Vergine.

L’impegno richiesto per far parte del gruppo è di incontrarsi la prima domenica del mese dalle ore 14.30 alle 15.30 per recitare il Santo Rosario e meditare sui misteri.

Durante questi anni il gruppo non è mai mancato all’appello, anche se il numero di partecipanti è andato diminuendo.

Sarebbe un peccato abbandonare questa devozione che fa incontrare persone di ogni età, in modo semplice per pregare e riflettere sulla fede.

Perciò facciamoci coraggio: l’invito è aperto a tutti, uomini, donne, giovani, ragazzi, in chiesa la prima domenica del mese!

Sottopongo la lettera che il direttore dell’Associazione del Rosario Perpetuo che ha sede a Firenze ci ha recapitato nei giorni scorsi.

Carissima zelatrice e carissimi associati, con questa mia lettera voglio ringraziare tutti voi ma in modo particolare la vostra zelatrice che ‘zela’, nel suo significato più proprio del termine, la devozione a Maria e segue il vostro gruppo con tanta dedizione: ci ha fatto pervenire la vostra generosa offerta ed anche di questo ve ne siamo grati.

Questa mia non vuole essere semplicemente un atto burocratico, ma l’espressione sincera della nostra riconoscenza per l’amore che tutti dimostrate alla Madonna del Rosario e per l’affetto che vi lega alla nostra grande e bella Associazione.

Ci giungono continuamente segni di apprezzamento e di stima per il lavoro che viene svolto dal nostro Centro del Rosario Perpetuo e questo ci da forza per andare avanti con maggior impegno, cercando di fare sempre meglio e di promuovere altre iniziative (vedi per esempio le corone che

abbiamo fatto quest’anno).

Abbiamo però bisogno delle vostre preghiere, del vostro amore, del vostro interesse, della vostra collaborazione e dei vostri suggerimenti. Le vostre offerte ed ogni altro aiuto, materiale e spirituale, servono anche per questo, oltre che per sostenere le opere missionarie e le vocazioni

sacerdotali. Comunque il modo migliore per aiutare l’Associazione, è quello di essere

fedeli alla pratica dell’Ora di Guardia e di diffonderla.

Il mio ringraziamento e quello dei miei collaboratori si fa preghiera per ognuno di voi, per i vostri cari vivi e defunti: a questo proposito vi ricordo che ogni giorno viene celebrata una S. Messa con questa intenzione.

La Madonna vi protegga e vi tenga uniti a Lei e al suo figlio Gesù con la santa Corona del Rosario.

Io di cuore vi benedico

Il vostro direttore

P. Giovanni Monti o.p.

Battaglia Valeriana

 

pag. 12-13

In cattedra con una sola certezza: la fede

Siamo alla terza puntata dell’indagine  ‘Cristiani - mondo del lavoro’. Abbiamo posto, prima a dei bancari, poi a dei commerciati questa domanda: “In una società altamente laicizzata ha senso ancora comportarsi secondo una morale cattolica sul luogo di lavoro? O forse è più facile identificare ogni testimonianza della fede come una nuova forma di missionarietà?” ovviamente declinata nelle specifiche professioni.

E’ da poco iniziata la scuola, sempre al centro di attenzioni e di critiche, di attese e di delusioni da parte di tutte le componenti: genitori, docenti e alunni. Dal ricordo della suora o della maestra dei nostri anziani, alle diverse figure professionali che ora la scuola offre, esce un’immagine completamente diversa del principale protagonista dell’educazione scolastica. Il docente è cambiato e forse non è più così semplice inquadrarlo. Chiediamo perciò a quattro insegnanti che operano in tre diverse tipologie della scuola (Simonetta  per la scuola dell’infanzia,  Annamaria per la primaria e Paola per la secondaria di primo grado) di disegnarci il volto del docente e di specificarlo in un ambito cristiano.

1) Nel vostro ambiente quale percentuale di colleghi ritenete sia praticante?

Simonetta. Nella mia scuola dell’infanzia penso tutte le insegnanti (4),perché spesso capita di trattare temi religiosi e ne siamo più o meno tutte a conoscenza.

Annamaria. II mio ambiente scolastico è molto laico: ogni insegnante vive la propria religiosità in modo personale e molto riservato e non si parla mai in comune di problemi legati alla fede.

Paola. Avendo sino ad ora insegnato soltanto in scuole cattoliche, ho incontrato molti colleghi praticanti e quasi tutti molto giovani.

2) Tra colleghi si parla qualche volta di problemi legati alla fede o si vive la professione nell’assoluta laicità?

S. Avendo noi una madre per coordinatrice praticamente si parla tutti i giorni di temi religiosi,ma anche tra insegnanti succede spesso di ricordare ai bambini gesti compiuti da Gesù (perdonare, voler bene ai più piccoli…).

A. Anche se la percezione è che i miei colleghi siano per la maggior parte cristiani, non riesco a definire una percentuale che pratichi regolarmente e costantemente; a volte mi capita di parlare di religione con alcuni di loro con i quali, però, ho stabilito rapporti più profondi.

P. Ora che ci penso, non mi è mai capitato di discorrere con i miei colleghi di problemi legati alla fede. Personalmente poi, affronto questioni religiose solo con persone con le quali ho un rapporto confidenziale e consolidato.

3) Nel rapporto con gli alunni trasmettete qualcosa della vostra fede?

S. Sicuramente sì,ogni mattina si inizia la giornata scolastica con un saluto a Gesù ed una preghiera, si ricordano gli insegnamenti di Gesù ai bambini nelle varie occasioni della giornata…

P. Lavorando con ragazzi che si apprestano ad entrare nel complicato periodo adolescenziale, mi sono trovata di frequente coinvolta in discussioni su tematiche che potevano essere legate al cristianesimo. La loro età li porta a mettere in discussione e, spesso, a rifiutare l’educazione ricevuta, fede compresa. Il modo migliore che ho trovato per testimoniare la mia fede, è stato quello di rispondere alle loro domande e di affermare sinceramente e in tutta serenità di essere praticante.

4) Vi è capitato di trascurare momenti più squisitamente didattici per affrontare temi che coinvolgono la religione cattolica?

S.Con i bambini della scuola materna capita spesso di parlare di Gesù, di quando era bambino, della sua vita e lo si fa in ogni occasione, anche nei pochi momenti che vengono definiti didattici.

A. In Collegio Docenti ci sono occasioni che ci permettono di affrontare argomenti religiosi legati a programmazioni o eventi particolari, quali il Natale, la Pasqua o la Prima Comunione degli alunni’, questo è dovuto alla necessità di adottare una linea comune, per parlarne con discrezione, nel rispetto degli utenti atei o di altre religioni che sono presenti in tutte le classi, sia pur in percentuale minima.

P. Le mie discipline spaziano in campi differenti e mi permettono di affrontare anche temi che coinvolgono la religione: io privilegio solitamente tematiche legate ad eventi storici o all’attualità, all’anima sociale più che dottrinale del cristianesimo. Ho sempre accolto con entusiasmo le discussioni che potevano nascere da riflessioni o da dubbi dei miei alunni, e ho sempre cercato di trasmettere loro l’importanza della solidarietà e della tolleranza. In questo non mi sento diversa dai colleghi non credenti: credo infatti che tutti gli insegnanti, come tutti gli uomini di “buona volontà” (per usare una definizione non mia), credano e cerchino di trasmettere questi valori, indipendentemente dal loro credo religioso.

5) In quale momento sentite di essere sorretti da un’anima cristiana? C’è qualche episodio che vi ha fatto sentire orgogliosi di essere insegnanti cristiani?

S. L’anima cristiana una persona ce l’ha dentro ed è sempre con lei, soprattutto nei momenti difficili,ma anche ogni giorno. Io sono orgogliosa di essere cristiana e quando parlo con persone che non conosco subito dichiaro di lavorare in una scuola cattolica in cui credo e mi ritrovo. Non ho episodi particolari da raccontare,ma penso che gli insegnanti cristiani vivono la loro esperienza lavorativa dando significato ad ogni gesto della giornata e seguendo gli insegnamenti cristiani.

P. Mi sento cristiana ogni volta che cerco di risvegliare le coscienze dei miei alunni, oltre che la mia, cercando di sensibilizzarle nei confronti delle diverse problematiche mondiali e dell’altro in generale. Durante il mio periodo di tirocinio, l’insegnante che mi seguiva ha fatto incontrare la classe con don Resmini: è stato un buon esempio di cattolicità per i ragazzi e un momento di orgoglio cristiano per me.

6) Ritenete che l’attuale sistema scolastico dia sufficiente spazio alla trasmissione di valori propri della morale cattolica?

S. Sì, nella mia scuola viene dato largo spazio alla morale.

A. Nell’attuale sistema scolastico pubblico si deve distinguere il momento prettamente confessionale, di competenza della lezione di Religione ( 2 ore la settimana per chi scegli di avvalersene) con l’insegnamento dei principi della religione Cattolica, e il momento della trasmissione dei valori universali, propri anche del Cattolicesimo, che fanno parte della Programmazione educativa. La Scuola è chiamata a trasmettere e insegnare i valori del rispetto dell’altro di uguaglianza delle persone, senza distinzione di sesso, razza o ceto sociale, di amicizia, e di integrità morale. Tutti i docenti quindi nella loro opera di insegnamento sono tenuti a trasmetterli e personalmente vivo la mia professione secondo questi principi. La mia religione, inoltre, fa parte della mia vita e quindi entra anche nella mia azione educativa: la condivisione di alcuni momenti religiosi vissuti dai miei alunni e la necessità di rispondere ai loro quesiti, mi fanno trascurare a volte un momento didattico programmato per permettermi di dare risposte alla luce della mia fede.

P. Sinceramente mi sento abbastanza libera e per nulla costretta dal sistema  scolastico attuale: forse ho incontrato presidi illuminati o forse i valori cattolici che vorrei trasmettere sono universalmente riconosciuti e condivisi.

7) È successo che qualche genitore si sia lamentato della vostra presenza di insegnante cristiano?

S. No, assolutamente.

A. La normativa ci impone di rispettare la scelta delle famiglie atee o di religioni diverse e noi docenti siamo molto attenti a mediare adeguatamente le esigenze di un’utenza prevalentemente cristiana, con quelle di coloro che dichiarano convinzioni diverse. Per questo motivo fino ad ora non ci sono stati contrasti, ma un pacato confronto su alcune scelte della scuola, accettate e rispettate perché considerate legate alle tradizioni del nostro Paese.

P. Come già detto sopra, ho insegnato soltanto in scuole cattoliche dove, evidentemente, non si pongono questi problemi.

8) Quali sono secondo voi altre occupazioni che meglio della vostra favoriscono la testimonianza di fede cristiana?

S. La nostra è sicuramente una grande possibilità, altre occupazioni non saprei… penso che anche chi insegna la catechesi può essere una testimonianza valida.

P. Personalmente ho sempre creduto che l’esempio di una vita vissuta in modo cristiano valga molto di più di qualsiasi discorso. Quindi ritengo che qualsiasi professione possa offrire occasioni di testimonianza. Il confronto continuo con ragazzi che ti chiedono costantemente di metterti in gioco e offre forse più occasioni di confronto. Ma credo che ogni professione, se vissuta onestamente, possa dare una buona testimonianza di fede.

 

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Ricordi dal Cre

È arrivato Settembre, è cominciata la scuola e c’è già chi si guarda alle spalle nostalgico: le vacanze, l’estate, il cre…eh sì, proprio il cre: cinque calde (anzi scottanti!) settimane in cui l’oratorio era invaso da sciami di bambini schiamazzanti…

Era cominciato tutto quel 25 Giugno che molti (animatori) si ricordano più perché era il giorno del loro esame di maturità: ma bastava un passo nell’oratorio per rendersi conto che, sì, anche quest’anno ci si sarebbe divertiti un sacco… Il cartellone all’ingresso annunciava a grandi lettere “Musica, maestro!!!” e dall’interno si sentiva già una canzone che pronunciava le stesse parole e che sarebbe diventata il tormentone della nostra estate. Proprio la musica infatti era il tema di questo cre, tanto che ogni classe aveva scelto come proprio simbolo uno strumento: dal pianoforte all’arpa, dalla chitarra ai piatti, e la storia che come ogni anno faceva da cornice al nostro mese era quella (anche se un po’ rivisitata) del Pifferaio Magico.

Sì, sì, ma quando si gioca? Un attimo, il tempo di prendere un secchio d’acqua e due spugne, e via a giocare a bandierina con l’acqua! Meno male, con quel sole un po’ di frescura ci voleva proprio: per fortuna che al martedì c’era la piscina! Quindi tutti sul pullman, no, gli adolescenti no, loro se ne vanno in bici, e non facciamo in tempo a sistemare gli asciugamani sul prato che già i più veloci si stanno lanciando in acqua; e c’è anche chi improvvisa una partita a beach volley prima di trovar refrigerio nella vasca.

Mercoledì poi era il giorno del grande gioco: memorabile la Battaglia Navale, con le squadre che si sfidavano a colpi di cannone per trasportare i loro carichi preziosi attraverso il campo di gioco e con gli animatori nel ruolo (e nelle vesti) di pirati, che bombardavano con palloncini d’acqua i poveri malcapitati che gli arrivavano a tiro. E non possiamo dimenticarci dell’ormai collaudato e famosissimo Coordinopoli o della caccia al tesoro all’interno del paese.

Eh sì, a questo punto della settimana un po’ di stanchezza si faceva sentire: e allora dedichiamoci a qualcosa di più tranquillo e creativo: i laboratori. Era un vero spettacolo vedere i bambini delle elementari alle prese con il percorso-gimcana o con i loro lavoretti di Art Attack, patchwork e pasta di sale, quest’ultimo a cura delle mamme, che anche quest’anno ci hanno dato un grande aiuto. Intanto le medie erano impegnate nella pittura su magliette, nelle costruzioni e nel murales., nel tentativo di dar nuovo lustro al cortile dell’oratorio vecchio.

E gli adolescenti? Certo c’erano anche loro a questo cre e la loro settimana era molto impegnata: suddivisa tra il volontariato, la redazione del giornalino del Cre, battezzato Gazzettado, la preparazione di giochi e le serate in oratorio, con cena e film.

Poi il giovedì si tornava tutti insieme per la gita: dove? la prima al mare e l’ultima in montagna, questo è ovvio! E poi, il parco acquatico, il Parco delle Cornelle, Città Alta…ma quest’anno c’era anche una novità: una gita di tre giorni in montagna a Schilpario per i ragazzi delle medie: un’escursione a base di camminate estenuanti, picnic di fronte alle cascate e un grande gioco serale nell’oscurità inquietante del bosco.

E infine il venerdì, giorno di sport: roccia, tennis, mini-baseball, basket…

Per fortuna che arrivavano il sabato e la domenica che ci permettevano di ricaricare le batterie in vista di un’altra settimana ancora più intensa e entusiasmante.

Fino al 27 Luglio, il grande giorno dello spettacolo finale: l’oratorio pervaso da un’ansia palpabile, i bambini agitati al pensiero di andare in scena, gli animatori che correvano qua e là frenetici preparando l’occorrente. Per cosa? Per una grande corrida, sfida a colpi di danza, canto e sketch tra le varie classi e presentata impeccabilmente (o quasi!!!) dagli adolescenti.

Siamo arrivati ormai alla fine: i genitori portano a casa i figli esausti e finisce così quel mese di divertimento e allegria…finito? Macché, solo rimandato all’anno prossimo!

Giorgio

 

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            Ubezio Chiara di Maurizio e Consonni Gloria nata Il 31/03/07 e battezzata il 10/06/07. Madrina Consonni Iris.

            Pozzi Mattia di Francesco e Mauri Rosalba nato il 25/03/07 e battezzato il 10/06/07. Padrino Pozzi  Giuseppe, madrina Donghi Maria Clia.

            Manzoni Elisa di Piermauro e Giuditta Paruta nata il 16/03/07 e battezzata il 17/06/07. Padrino Manzoni Giuseppe e madrina Preda Maria Rita.

Messi Cinzia di Mauro e Nora Grabbi nata il 26/02/07 e battezzata il 17/06/07. Padrino Messi Fabio e madrina Grabbi Silvia.

            Gagliano Ilaria di Alessandro e Alberti Simona nata Il 26/04/07 e battezzata il 17/06/07 Madrine Panigati Francesca e Togni Maria Grazia

            Coco Martina di Sebastiano e Veronica Perico nata il 26/01/07 e battezzata il 7/07/07. Padrino Coco Vincenzo.

            Breviario Andrea

            Maggioni Licia Vania

Nava Diego

            Pezzotta Elisa

            Rota Sebastiano

 

Matrimoni

Consonni Cristian e Fecola Monia uniti in matrimonio  il 9 Giugno 2007 alla presenza dei testimoni  Consonni Lara, Tagliabue Viviana e Ravasio Tania

Moscheni Rossano e Valsecchi Cristina uniti in matrimonio  il  22 Giugno 2007 alla presenza dei testimoni        Moscheni Daniela, Valsecchi Giulio, Previtali Manuel e Rota Martir Jessica.

Gagliano Gaetano e Suardi Valentina uniti in matrimonio  il 4 Agosto 2007         alla presenza dei testimoni        Gagliano Giuseppe, Terranova Francesca,           Suardi Giuseppe e Vanotti Vittorino.

Adamo Andrea e Assolari Manuela        uniti in matrimonio  il     30 Agosto 2007 a         lla presenza dei testimoni Lanzoni Dario, Adamo Luca, De Biasi Luciana e Taiocchi Daniela.

Locatelli Paolo e Locatelli Stella uniti in matrimonio  il  14/09/07 alla presenza dei testimoni       

 

Defunti

            Riva Lucia vedova Gualandris  di anni 90 deceduta il 2/06/07

            Gambirasio Luigina in Gualandris di anni 81 deceduta Il 27/06/07

            Maffeis Angela (detta Ina) vedova Togni di anni 98 deceduta il 02/07/07

 

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Inaugurazione sede pensionati

I pensionati hanno una sede tutta per loro: è stata ricavata nella vecchia sede dell’ambulatorio di via Allegrini. Il giorno 29 luglio don Giulio ha benedetto  i locali alla presenza della presidente dell’ associazione, la signora Biffi Gabriella e delle autorità civili. 

La gita del centenario

Tre giorni senza capire quasi nulla del tedesco degli austriaci o dei bavaresi, ma alimentati da nuove esperienze e soprattutto da scoperte culturali, artistiche  e musicali. In novanta tra coristi e famigliari per sottolineare anche con una memorabile gita l’anno del centenario della Cappella Polifonica Locate. Mete: Salisburgo per un saluto a Mozart che ha celebrato lo scorso anno un significativo compleanno e del quale la nostra corale ha realizzato un Cd; Monaco e Ingolstadt per immergersi in una cultura musicale molto vicina alla realtà bergamasca perchè patria di un musicista, Simone Mayr, maestro di Donizetti, che ha dato vita ad una vera e propria tradizione musicale bergamasca quando divenne Maestro di Cappella in Santa Maria Maggiore.